Le otto montagne – Ma chi siamo?

Le otto montagne – Ma chi siamo?

Passiamo la vita, consapevolmente o meno, a chiederci chi siamo. O perlomeno dovremmo tenerci a mente la domanda, mentre attraversiamo il nostro tempo qui. Perché? Me lo sono chiesta spesso, da quando ho capito che questo fosse uno dei quesiti impliciti nel vivere. Prima pure, probabilmente, ma senza averne cognizione.

La risposta breve è: perché così eviteremmo di finire a Milano, o di portarci qualcun altro a Milano, oppure di pensarci egoisti se riteniamo che non sia giusto prendere una persona e portarla a Milano. Quale tra queste sia la prospettiva giusta per noi dipende dal ruolo che abbiamo nel momento in cui nella trama compare Milano, ma le opzioni restano queste tre e se sappiamo chi siamo possiamo riconoscere l’inganno prima di finirci troppo invischiati.

I genitori di Pietro pensano che portare Bruno a Milano sia la soluzione migliore per lui, perché così potrebbe studiare, come è giusto che sia. Giusto per chi ritengo sia una domanda che iniziamo sempre a porci, dopo aver capito che stiamo cercando di capire chi siamo.

Poi, finite le superiori, Bruno potrebbe tornarci in montagna eh, ci mancherebbe, non è mica un sequestro di persona! Cosa rimarrebbe di Bruno dopo cinque anni a Milano, però, nessuno se lo chiede. Tranne Pietro, l’egoista. Cosa resta di noi quando per tanto tempo ci allontaniamo da chi siamo? Quanta fatica ci costa, poi, ricostruirci? Non sarebbe più semplice se non ci convincessimo che esistano delle cose nella vita che sono giuste per tutti solo perché pensiamo, più o meno influenzati da ciò che sta fuori di noi, che siano l’opzione migliore per noi stessi? Che poi, a voler essere puntigliosi, il padre di Pietro, che se ne è andato a Milano e continua a tornarci alla fine di ogni estate, a Milano ci muore pure d’infarto sul ciglio della strada, con le quattro frecce accese. Qualcuno potrebbe obiettare che invece sì, esistono cose giuste e cose sbagliate. E se il vostro pensiero si aggira tra diritti negati e ingiustizie sistemiche vi do ragione. In termini assoluti la ragione è dalla vostra, anche se, se siete occidentali come me, nel gennaio del 2024 penso possiamo concordare anche sul fatto che pure su queste grandi questioni la nostra idea di giusto e sbagliato non sia così in voga, altrimenti non ci troveremmo nel mondo in cui stiamo vivendo.

Qui, comunque, stiamo parlando di altre cose. Di piccole e meno piccole scelte quotidiane nella vita della persona media, che poi tracciano il sentiero di quella vita e che dopo ogni incrocio rendono il tornare indietro e cambiare strada sempre più difficile.

Ecco perché dovremmo tenere a mente quella domanda: “chi siamo?” Perché è l’indicazione luminosa sopra a ogni incrocio della vita e, visto che ognuno è sé e che ognuno è per sé, è diversa per ognuno di noi, pure se a volte paiono assomigliarsi.

Pietro, forse per coincidenza, l’aveva capito prima di tutti che non fosse cosa portare Bruno a Milano, pure prima di Bruno l’aveva capito, e sì, forse nel suo essere poco più che bambino, gli era chiaro solo quello che quella decisione avrebbe implicato per se stesso: la fine della montagna per come l’aveva conosciuta, la fine della sua montagna, che da assimilare insieme alla fine dell’infanzia non sarebbe di sicuro stata una passeggiata. Ma sarebbe stato solo questo? La fine di quella montagna sarebbe stata determinata non dalle nuove coordinate geografiche di quell’amicizia, quanto, piuttosto, dalla fine di Bruno, dal suo sdradicamento da ciò che lo aveva reso chi era, con il condizionamento perenne di chi sarebbe stato. Sarebbe mai riuscito, Bruno, a tornare a quel bivio della sua vita per invertire la rotta? Cosa ne sarebbe stato poi di Pietro, senza Bruno? Cosa ne è della nostra vita quanto ci rendiamo irriconoscibili ai pochi che sanno chi siamo? Quelle poche, sparute persone che, se siamo fortunati, ci conoscono e riconoscono per ciò che davvero siamo e lo accettano, a volte con disapprovazione, a volte con rabbia, pure, ma con la capacità rara di capire quando scegliamo ciò che siamo, pure se questo significa morire in montagna da soli sotto metri di neve.

Se nella vita quotidiana e nelle sue scelte esistesse davvero un sentiero pre costituito di decisioni giuste a priori, chi sarebbe il pazzo che non lo imboccherebbe? Se fosse davvero giusto per tutti, quel sentiero, la scuola, l’università, il lavoro, la famiglia, i figli e le ferie ad agosto, poi perché nella migliore delle ipotesi sogniamo di fuggire da quella vita giusta e perfetta e nella peggiore ci ammaliamo senza nessun Pietro disposto a prendere catene e diaspore per venirci a trovare? Quando abbiamo deciso che non avremmo obiettato a questo destino, sull’altare di quale Dio abbiamo sacrificato la nostra essenza? In cambio di cosa?

Se fossimo capaci di chiederci chi siamo, imboccheremmo le stesse vie? Oppure ci renderemmo capaci, come Pietro e Bruno, di scoprire la nostra unica vita, accompagnati da quelle persone che riconosciamo e che ci riconoscono e da cui, soprattutto, ci facciamo conoscere nell’essenzialità del nostro essere, con l’anima esposta di quando sappiamo di poter avere anche paura.

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