50 km all’ora – di chi parliamo quando parliamo agli altri?
A un certo punto del film (vi ho avvertiti, questo blog contiene spoiler) Guido, uno dei due fratelli protagonisti, rivela all’altro, Rocco, di avere un figlio, ma di non averlo mai visto. Rocco pare dapprima turbato dalla notizia, poi sembra più infuriato, perché, parafrasando con un po’ di approssimazione, da qualche parte c’è un ragazzino che cresce senza sapere chi sia suo padre. E fin qui mi pare anche abbastanza lineare in un certo senso, sono due uomini adulti con valori diversi, cresciuti separati per più della metà della loro vita. Poi, però, prosegue menzionando il fatto che con la sua decisione abbia privato lui di essere zio. Le parole sono quasi sicura che non fossero queste perché il soggetto della frase penso sia restato sempre il ragazzino sconosciuto, ma il mio cervello se la ricorda così, perché lì ha fatto uno scatto.
Per chi si stava davvero preoccupando Rocco? Per il ragazzino senza padre, oppure per se stesso, che si ritrovava a quaranta/cinquant’anni senza genitori, senza una compagna, senza figli e scopriva così per caso di essere stato privato di un nipote? Oltretutto i due fratelli non si parlavano da trent’anni, quindi mi sa che il ragazzino non avrebbe saputo di avere uno zio neanche se avesse saputo di avere un padre, ma questa è un’altra storia.
Proseguendo nel film, poi, Rocco convince Guido (o lo obbliga?) ad andare a cercare questo figlio, almeno a vedere come è fatto. E forse era la cosa giusta da fare, forse Guido in cuor suo avrebbe sempre voluto farlo. O forse no.
Quello che mi sono chiesta è: chi è che aveva bisogno che Guido conoscesse suo figlio? Quell’incoraggiamento quanto era influenzato da Rocco e dalla sua vita? Quanto diritto abbiamo di intrometterci così tanto nelle vite che non ci competono perché banalmente non sono la nostra? Ma più che altro, quanto ci rendiamo conto del fatto che parlando delle vite degli altri, parlando agli altri delle loro vite, ci mettiamo in mezzo la nostra? E non perché dovremmo evitarlo, non lo credo, anche perché non penso sia possibile, ma perché secondo me è un punto che dobbiamo tenere presente, per conoscerci meglio, innanzitutto, e per ricordarci che guardiamo il mondo dal nostro punto di vista e tramite le nostre lenti lo filtriamo.
Gli altri fanno più o meno spesso cose che non condividiamo e non comprendiamo e noi passiamo un sacco di tempo a chiederci perché agiscano in quel modo, quando noi avremmo fatto, detto, pensato in un modo molto diverso. Forse la risposta è la più semplice del mondo, per questo la snobbiamo: perché noi non siamo loro, e loro non sono noi.
E questo non dovrebbe portarci a smettere di dialogare con gli altri e cercare punti di incontro e confronto, ma forse dovrebbe essere la premessa tramite cui ci avviciniamo agli altri e cerchiamo di parlarci davvero, mettendo sul piatto le peculiarità nostre e quelle degli altri, anziché comportandoci come se la nostra esperienza fosse il parametro della vita in generale e non della nostra esperienza particolare. Potrebbe essere una bella prova cercare di avvicinarci agli altri con più delicatezza e meno indici puntati, non perché dovremmo sempre giustificare gli altri, ci mancherebbe, ma perché magari provare a capire un pezzo in più di chi ci sta di fronte sta su un piano diverso rispetto al torto e alla ragione.