Una vita come tante – vogliamo davvero fare l’hit parade dell’irrealtà?

Una vita come tante – vogliamo davvero fare l’hit parade dell’irrealtà?

Ho terminato da qualche giorno di leggere Una vita come tante, dopo averci messo diversi mesi per decidermi ad acquistarlo e quasi un anno per riuscire a iniziarlo, questo perché, a parte averne sentito parlare un po’ qua e là, percepivo istintivamente che sarebbe stato un libro difficile. Dopo averlo letto continuo a pensare che serva una certa stabilità emotiva per riuscire ad arrivare in fondo non dico indenni, ma perlomeno non ridotti in macerie.

Mi è piaciuto molto, perché penso che sia uno di quei libri capaci di aprire al lettore delle porte del sé che altrimenti non avremmo neanche saputo esistessero e proprio per questo ho la sensazione che il suo significato più profondo non abbia ancora finito di scavare dentro di me e per questo penso che non sarà oggi l’unica volta in cui mi troverò a scrivere di questo libro. Oggi, però, voglio provare a stare un pochino più in superficie e, forse, un po’ più fuori da me rispetto a tutto ciò che questo libro ha scaturito dentro di me.

Sia prima che, soprattutto, dopo la lettura di Una vita come tante, ho letto qualche recensione, mi sono saltate all’occhi in particolare quelle negative, non perché fossero in disaccordo con me, anche se a volte tendo a non essere molto diplomatica, ma perché molte di queste sostenevano che il dolore raccontato nella storia fosse troppo e irreale, quasi una pornografia del dolore. Ore, Una vita come tante, è un libro permeato da un dolore profondo che raramente (attenzione spoiler!), se non mai, lascia spazio non dico alla gioia, ma quantomeno alla speranza, ma è anche la storia dei quattro protagonisti che si incontrano al college, dove arrivano in prevalenza con delle storie alle spalle che eufemisticamente potremmo definire non rosee, e che avranno tutti un successo clamoroso nelle loro vite professionali, compreranno case a New York con la tranquillità con cui una persona normale fa colazione al bar la mattina e trascorreranno dei week-end fuori porta in un continente diverso dal loro come noi non facevamo nemmeno quando le compagnie aeree erano low cost davvero.

Quindi il troppo dolore è irreale, ma il troppo successo no?

In alcune recensioni che ho letto si solleva questo punto, ma sono un numero nettamente inferiore, almeno per il campione in cui mi sono imbattuta io, rispetto a quelle in cui il patto autore-lettore si rompe a causa del dolore.

Cosa ci spinge a credere a un aspetto di questa storia ma non all’altro? Posto che ognuno legge le storie dei libri per ciò che è lui e quindi, secondo me, non ci sono interpretazioni universali, mi sembra quasi più logico credere al dolore di Jude che al suo successo. Banalmente perché nella sua vita il dolore viene prima e quindi mi chiedo come si possa arrivare a quel successo senza aver fatto i conti con tutto il dolore che lo ha preceduto.

O forse è una speranza nostra, umana, quella che riversiamo su Yanagihara? La speranza che tutto quel dolore, così profondo, così totalizzante da sembrare senza fine in realtà non esista, ma esista, invece, quel successo che arriva nonostante quel dolore, come se ciò che siamo non sia influenzato da ciò che siamo stati, o come se, alla fine, ci fosse una sorta di ricompensa per aver sofferto.

Ma così non finiamo per credere che un certo dolore, quello delle tragedie che ci toccano, abbia un senso, una logica, una ragionevolezza di esistere? Non rischiamo di creare un nesso causa-effetto tra gli eventi tragici della nostra vita e quelli che riteniamo molto positivi? Come se dopo aver profondamente sofferto ci spettasse di diritto qualcosa di estremamente bello, ma, più pericolosamente, come se il dolore sia una fatica da sopportare per poter accedere alla gioia.

Kipling, in una poesia che non per niente è scritta all’ingresso del campo di Wimbledon, dice:

“If you can meet with Triumph and Disaster

And treat those two impostors just the same

[…] Yours is the Earth and everything that’s in it

And – which is more – you’ll be a Man, my son!”

trattare il trionfo e la sconfitta non solo allo stesso modo, ma come se entrambi fossero impostori, ci renderà uomini. Per come la interpreto io, riuscire sia a gioire che a soffrire delle cose grandi della vita in quanto, semplicemente, sono ciò che sono, ciò che ci capita, senza cercarne un perché, un nesso causale, una motivazione, perché non è dell’umano capire il senso di tutto, ma imparando a governare e capire, questo sì, le nostre reazioni. Questo ci rende esseri umani e ci dà accesso al mondo.

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