Ghali – E i nani che sembrano giganti

Ghali – E i nani che sembrano giganti

Nelle ultime due settimane abbiamo visto Ghali avere un successo incredibile, e meritato, sul palco di Sanremo. Lo abbiamo visto iniziare a cantare in arabo e proseguire con L’Italiano di Toto Cutugno, lo abbiamo visto chiedere di fermare il genocidio e poi, dopo poche ore, doversi difendere per quella richiesta, perché quel palco non poteva essere utilizzato in quel modo, gli hanno detto, “E come dovrei utilizzarlo?” lo abbiamo sentito, giustamente, replicare. E poi quel comunicato letto in diretta in odore di censura e poi polemiche, polemiche, polemiche.

Nel frattempo Ghali, che aveva annunciato una data al Forum di Assago, quella data l’ha raddoppiata e ne ha aggiunte altre tre in giro per l’Italia. Erano già programmate? Forse, non lo so, non sono del settore, ma ho il ragionevole presentimento che senza il primo sold out non sarebbero seguite quelle altre date. E, nel frattempo, c’è stato anche Fazio, che di sicuro non può essere considerato un estremista e che, per fortuna sua e non nostra, si è liberato dalla Rai, che ci ha ricordato che grazie al suo impegno a supporto dei migranti (ha donato a Mediterranea la nave di salvataggio Bayna) Ghali nel 2023 è stato inserito dal Time nell’elenco delle 100 personalità che potrebbero plasmare il mondo del futuro.

Il Time è anche quello che nel 2023 ha scelto Taylor Swift come persona dell’anno, direte voi, lo so, ma ognuno fa i suoi svarioni.

L’ho presa un po’ larga oggi, ma il mio punto è: com’è possibile? Come è possibile che da un lato la politica sia lì a interrogarsi dell’opportunità o meno di portare su un palco un messaggio come “Stop al genocidio” e dall’altra, nel mondo vero, l’autore di quel messaggio riempia i palazzetti e sia indicato come uno a cui guardare per vedere la rotta da seguire?

Perché ci ostiniamo a farci governare da politici che guardano indietro anziché avanti? Il mondo è già in quell’avanti e loro, che dovrebbero essere i più lungimiranti tra noi, stanno lì dietro, come zavorre.

In un’epoca in cui pure in auto si riesce a fare retromarcia senza girarsi per guardare dietro, i politici stanno ancora lì, col collo girato a sbraitare di ieri, mentre noi abbiamo i piedi nell’oggi e gli occhi al domani.

Perché ci ostiniamo ad affidare a gente simile il destino del nostro Paese, e quindi il nostro? Perché a ogni elezione pare che l’asticella si abbassi un po’ di più, da qualsiasi parte si guardi, mentre il mondo va avanti e noi, nelle nostre quotidiane vite incasinate, procediamo con lui?

Siamo arrivati al punto in cui ci preme sempre discostarci dalla politica, quasi fosse una malattia contagiosa, perché abbiamo il terrore di essere accostati ai politici, quando invece fare politica dovrebbe quasi venirci naturale. Quando ci esprimiamo su ciò che riteniamo giusto e sbagliato facciamo politica, quando decidiamo per cosa spendere i nostri soldi facciamo politica, quando scegliamo dove comprare i nostri vestiti facciamo politica. Perché la nostra vita è fatta di scelte e le nostre scelte sono politiche. E per questo dovremmo rivendicare il nostro essere politici, nei nostri pensieri, nei nostri gesti, nei nostri atti e pretendere rispetto da chi la politica ha deciso di farla per mestiere. Rispetto per ciò che significa fare politica e per le nostre vite, che meritano di essere accompagnate in alto e non trattenute in basso, nell’ombra.

“Quando il sole della cultura è basso,

i nani hanno l’aspetto di giganti”

                                               Karl Kraus

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *