Essere visti
Qualche giorno fa, mi è capitato di leggere su instagram una discussione nata da un messaggio piccato che un utente aveva inviato a una persona che ha su quel social un profilo seguito da circa 350mila persone, e che di lavoro fa un’altra cosa pur mettendo il suo mestiere anche in quello spazio online e anche per questo è seguita da così tante persone. Nel messaggio questo utente si lamentava di non essere mai letto quando inviava messaggi a questo profilo, anche quando rispondeva a domande e input posti dalla proprietaria del suddetto account.
Ora, se un mio amico o conoscente mi chiedesse numerose volte opinioni e commenti su argomenti vari e poi non li leggesse, penso sarebbe anche legittimo che io mi indisponga. Ma perché riserviamo la stessa reazione a persone che non conosciamo e che, soprattutto, sappiamo ricevere centinaia, o più probabilmente migliaia, di messaggio ogni giorno, soprattutto quando pongono delle domande?
Perché ci rimaniamo male?
Cos’è che vorremmo davvero da queste persone che popolano il nostro mondo virtuale? Sono abbastanza certa che, nel caso specifico, il lavoro che questa persona svolge e porta anche online influisca su queste recriminazioni, ma solo in parte.
Penso che la questione sia molto più generale: in un’epoca in cui quasi tutti ci mostriamo ben oltre quello che accade nelle nostre vite reali, vogliamo essere visti, sempre di più, sempre da più persone.
Visti, riconosciuti, validati. Presi in considerazione.
Ma perché? Mi chiedo. Perché questa esigenza del più? Aumentare il numero delle persone che ci vedono non aumenta la profondità di quella considerazione, anzi. E forse è lì che sta il nocciolo della questione. Vorremmo essere visti da più persone, perché ci sentiamo sempre meno visti davvero e la quantità ci illude ed è più raggiungibile della qualità e quindi pestiamo i piedi online, per non concentrarci su ciò che succede offline.
Una persona, rispondendo poi alla discussione che è scaturita da quel messaggio, ha avanzato un’idea che mi ha colpito e diceva, più o meno: non dovrebbe bastarci vederci, davvero, da soli, per smetterla di cercare l’approvazione fuori?
Io penso che imparare a vedersi da soli sia importante, probabilmente essenziale, perché dobbiamo saperci riconoscere, ma che lo sia anche per farci vedere dagli altri, non perché ci serva l’approvazione qualcun altro, ma perché se ci riconosciamo da soli, sappiamo come farci vedere dagli altri e non siamo più disposti ad accontentarci della quantità, scambiandola per qualità. Diventa il modo in cui siamo visti a interessarci, nel senso della profondità della cosa, e non il semplice fatto di essere considerati, a prescindere dal come.
Non avremmo bisogno della costante validazione degli altri sulle nostre azioni, idee, opinioni. Le porteremmo al cospetto degli altri per confrontarci, discuterne, perfino litigarne, ma non per farci dire se siano o meno okay e se, di conseguenza, lo siamo noi. Per arrivare a incontrare gli altri alla pari, per portarci nel mondo interi e andare dove vogliamo noi, non dove forse gli altri potrebbero o vorrebbero che noi andassimo.