Dicono di noi – ma ce lo eravamo già detto da soli

Dicono di noi – ma ce lo eravamo già detto da soli

Sull’ultimo numero di Internazionale c’è un articolo di Le Monde che, nella rubrica “visti dagli altri”, ci ricorda, se mai ce ne fosse bisogno, che le manganellate di Pisa non solo non ce le siamo sognate, ma le hanno viste pure gli altri. Sono passati ormai diversi giorni dall’accaduto, ma penso sia uno di quei passaggi della nostra storia che non possiamo far passare, che non si può esaurire nelle storie sui social, perché dobbiamo tenere presente quello che fatti come quelli di Pisa dicono di noi e della nostra democrazia.

L’articolo di Le Monde è abbastanza scarno di riflessioni, secondo me, fa una cronaca stringata ma precisa. Per una volta abbiamo detto tutto noi, facendo intervenire anche il Presidente della Repubblica a ribadire l’ovvio sull’uso dei manganelli sui ragazzi.

Quelle immagini ci hanno sconvolto, per fortuna.

Penso che non ci siamo stati neanche ai tentativi di malcelata giustificazione, per una volta. Tutti quei “eh però la manifestazione non era autorizzata; eh però da lì non dovevano passare; eh però ecc, ecc, ecc” che assomigliano sempre al caro vecchio “non sono razzista, ma…”

Mi è sembrato pure assurdo chi ha provato a sostenere che il Governo non avesse una responsabilità diretta nel comportamento delle forze dell’ordine di quel giorno. E ci mancherebbe altro!

Il fatto, però, che un Governo come il nostro copra le spalle a certi atteggiamenti, che infatti non sono condannati da nessun suo esponente in modo netto e chiaro, la dice molto lunga sul tipo di governo che è e sull’influenza che esercita pur non intervenendo direttamente. Nessuno di loro, infatti, ha detto che in uno stato democratico le manifestazioni pacifiche non si manganellano e non si caricano, punto. Senza ma, senza però.

Anche perché, se proprio vogliamo dirla tutta, per le manifestazioni fasciste non ci servono né i ma né i però, perché i fascisti non vengono manganellati. I ragazzini a volto scoperto con lo zaino della scuola sulle spalle, invece, per quella strada proprio non ci dovevano passare.

Che poi, questi giovani non erano quelli svogliati, spaventati dalla vita che frignano per tutto e che vogliono fare gli influencer e ballare su tik tok? È di certo più comodo raccontarli così, poi però loro scendono in piazza per la Palestina, contro un genocidio che succede da mesi in diretta sui social, allora giù manganellate, così magari tornano sui social, ognuno nella sua cameretta e in piazza non ci tornano più. Una necessità di stroncare una cultura di piazza su temi così importanti e grandi come fu a Genova.

E mi direte voi, non puoi mica paragonare le due cose. E, di nuovo, ci mancherebbe altro. Una Genova è già più che troppa per l’intera storia di una democrazia, pure dovesse durare 700 anni. Ma il sottofondo è lo stesso, forse è quello che ci ha sconvolto, perché con Genova, come società, non ci abbiamo davvero fatto i conti fino in fondo, e forse proprio quello che abbiamo provato davanti alle immagini di Pisa ci aiuterà ad allontanarci dal baratro.

La storia non si ripeterà mai precisamente uguale a se stessa, dovremmo ormai averlo capito, quello che dovremmo imparare dalla storia è a riconoscere i campanelli d’allarme, in tempo prima che la bomba esploda. Per questo dovremmo stare attenti ai dettagli, allo sfondo, al sottofondo che sentiamo e vediamo in quello che succede. Pisa non è Genova (devo ripetere ancora che ci mancherebbe altro? Non penso, dai) Ma capire che a Pisa è successo qualcosa che nell’animo e nella memoria di molti è risuonato come Genova è essenziale per capire che dove stiamo andando non è un bel posto, ma che possiamo ancora cambiare rotta, perché se a un corteo che protesta contro un genocidio e viene manganellato segue una piazza piena di gente che ribadisce le idee di quel corteo e ne supporta i partecipanti nello stesso modo pacifico, c’è ancora speranza, quella a cui possiamo aggrapparci per invertire la rotta e non rassegnarci, né come cittadini, né come esseri umani.

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