La zona d’interesse
La zona d’interesse è un capolavoro. E probabilmente lo è perché sono due film: uno lo guardi, l’altro lo ascolti. E il capolavoro nasce dal fatto che non puoi guardarlo tappandoti le orecchie o ascoltarlo chiudendo gli occhi. Guardi e ascolti insieme e lui ti lacera, come sanno fare le cose potenti.
Quando decidi di vedere La zona d’interesse, la storia la conosci già, o pensi di conoscerla. Seconda guerra mondiale, nazisti, campi di concentramento. La sai. Però forse così nessuno ha mai avuto il coraggio di proportela.
Perché La zona d’interesse ti fa vedere i nazisti, non i deportati, ma non parla di loro, parla di noi.
Nel suo discorso dopo aver ricevuto l’Oscar, Glazer il regista del film, ci ha tenuto a sottolineare, nel caso in cui a qualcuno fosse sfuggito, che la ragione per cui quel film è stato fatto non è far vedere cosa hanno fatto loro all’epoca, ma farci riflettere su quello che facciamo noi oggi. Considerato quanto tempo ci vuole per realizzare un film, il tempismo della sua uscita e dei suoi Oscar mi è sembrato tra il profetico e il poetico.
Nel film la famiglia del comandante Höss condivide il muro di confine della propria abitazione con il lager di Auschwitz. Ne sente i rumori. Ne percepisce gli odori. Vede il camino del crematorio che fuma. E lì in mezzo coltiva fiori, organizza feste in piscina, legge le favole ai bambini la sera. Il punto, secondo me, non è tanto chiedersi come sia stato possibile concepire i campi di concentramento, i forni crematori, le camere a gas (per inciso, l’utilizzo dello Zyklon B, che ne ha aumentato l’efficienza e ha contribuito a costruire le camere a gas che noi oggi studiamo, è stata un’idea proprio di Höss, quello con la moglie, i figli, il cane e tutta la famigliola felice e il giardino rigoglioso). Ovvio, anche su quello dobbiamo interrogarci, ma più di tutto dobbiamo chiederci come sia stato possibile abitare felici nella casa vicino al lager, tanto da non volersene allontanare, come sia stato possibile accettare di vedere i treni merce trasportare le persone, come mai non ci si interessasse al destino di quei vicini di casa che all’improvviso sparivano, come si sia potuto accettare che una categoria di persone non potesse più lavorare, entrare nei negozi, frequentare le scuole.
Tra l’ideazione dell’orrore e la sua realizzazione c’è chi quell’orrore lo rende possibile senza fare nulla. Molto spesso, dire di non aver fatto nulla è un’autoaccusa più che un’assoluzione, perché non serve solo chi realizza materialmente le cose, ma anche chi gliele lascia fare. E servono, in proporzione, molte più persone che non fanno, rispetto a quelle che fanno.
Glazer nel suo breve discorso agli Oscar ha parlato anche di disumanizzazione. È quella, di base, che ha tracciato la strada verso i campi di sterminio nazisti. Pensare che gli altri non siano, in fondo, esseri umani come noi, ci permette di tollerare che agli altri vengano fatte cose intollerabili e non umane. Non è forse per questo che accettiamo che delle persone vengano lasciate annegare nello stesso Mediterraneo dove noi in estate facciamo il bagno? O che accettiamo che i rappresentati di un Paese che sta portando avanti un genocidio possano partecipare a eventi sportivi e musicali che hanno riservato un trattamento diverso ad altri Stati in guerra?
Io non so cosa potremmo fare, noi persone comuni, cosa dovremmo fare. Non lo so e vorrei saperlo perché mi sento impotente e sciocca. Ma so quello che non possiamo permettere ci venga tolto: la parola. Dobbiamo parlare, non possiamo stare in silenzio, pena la complicità.
La zona d’interesse è un film con cui, dopo averlo guardato e ascoltato, non puoi fare pace.
Una breve nota sul finale. Possiamo anche scegliere di guardarlo senza ascoltarlo, questo film, ma poi il finale lo vediamo. Il corpo non mente, mai.