L’ossessione della positività

L’ossessione della positività

Qualche tempo fa, mi sono imbattuta in un podcast di inizio 2023 di un autore di cui conoscevo poco più che il nome e ho deciso di ascoltare il primo episodio. La puntata sembrava partita abbastanza bene, con una riflessione sul fatto che non si possa vivere in attesa. In attesa del Natale, delle ferie, della pensione, banalmente del sabato sera. Poi il discorso si è spostato sulla felicità e la gratitudine per le piccole cose e sul riuscire a trovare felicità nell’ordinario e non solo nello straordinario e, per quanto fin qui potessi ancora starci, non riuscivo a capire dove il discorso volesse andare a parare, e per me questo è sempre un po’ un campanello che mi mette in allerta. L’allarme è suonato poi, quando, più o meno testualmente, la faccenda ha virato sull’importanza di trovare qualcosa di bello tutti i giorni e sul fatto che se abbiamo qualcosa che ci fa stare bene nella nostra quotidianità, allora staremo bene ogni singolo giorno.

Bingo!

Questo è, secondo me, l’inganno che ci propinano i guru della positività perché, banalmente, è una cosa falsa.

Non è che se non stiamo bene tutti i giorni, allora non abbiamo qualcosa che ci fa stare bene nella nostra quotidianità, è che semplicemente non si può stare bene ogni singolo giorno. Se stiamo sempre, sempre, sempre bene, forse, non stiamo così bene come crediamo.

Perché nella vita ci sono momenti difficili, c’è la sofferenza, c’è il dolore e stare bene come persone significa, secondo me, essere capaci di accettare, e sopportare, che in quei momenti non si possa stare bene, perché nel dolore si soffre e si sta male. Ovvio poi, che saper riconoscere quali siano gli eventi spiacevoli nella nostra vita per cui stare male sia importante, anzi fondamentale.

Una volta mi è successo, mentre andavo a un concerto in treno, di lasciare il biglietto del concerto a casa e, nel momento in cui me ne sono accorta, di scendere dal treno, lasciandoci sopra lo zaino. In quel momento a casa mia c’era il biglietto, a diversi chilometri di distanza c’ero io in una stazione e su un treno che andava verso la mia destinazione finale c’era il mio zaino. Ecco, questo è stato un evento comico della mia vita, non solo ad anni di distanza, ma pure mentre lo stavo vivendo. Per questo dico che saper riconoscere quali siano effettivamente gli eventi spiacevoli della nostra vita è importante, perché altrimenti riterremmo normale stare anche molto male perché ci si spezza un’unghia o perché ci bocciano a un esame e saremmo al polo opposto dello stare bene ogni giorno, che non è comunque un sintomo di benessere.

Tornando al podcast, la posta poi, per la mia percezione, si alza, perché nel parlare di come affrontare i momenti difficili, l’autore propone di non ignorarli (almeno quello!) ma di concentrarsi, pensando a quell’evento negativo, su qualcosa di positivo, che c’è sempre.

Ecco, secondo me ci sono degli eventi nella vita in cui di positivo non c’è niente.

Certo, anche qui, bisogna saper identificare cosa costituisce un evento spiacevole, ma se penso ai tre giorni peggiori della mia vita, vi assicuro che di positivo non c’era nulla.

Provo a spiegarmi meglio. In quei momenti ci sono state delle cose che, in generale, possono essere annoverate tra le cose positive che capitano nella vita di una persona? Probabilmente sì, anzi, sì, senza dubbio. Il fatto è che in quel momento stava succedendo una cosa così grande e drammatica, nella mia vita, che non è possibile mettere i due eventi sulla stessa bilancia. Sono cose che non giocano nello stesso campionato. Come diceva un mio professore di matematica delle superiori, se sommi due mele e due pere, sempre due mele e due pere avrai, ecco, cercare di concentrarmi su qualcosa di positivo che è successo in quei momenti sarebbe come cercare di sommare le due mele con le due pere e pretendere di avere un risultato diverso da due mele e due pere.

Ma, soprattutto, sarebbe mistificare la realtà. Sarebbe un insulto a me stessa, alle mie emozioni e alla vita, in generale, che non è sempre bella.

Bisognerebbe, secondo me, impresa tra le più ardue e affascinanti della vita, imparare a stare nel dolore, ad accettare che nella vita accadano cose brutte ed eventi spiacevoli, che passano però, come tutte le cose, ma che non passano più in fretta se cerchiamo di relegarle in un angolino remoto del nostro cervello senza guardarle mai, anzi.

Ammucchiarle in quello sportello in cui accumuliamo roba senza mai aprirlo e sistemarlo, fino a quando un giorno esplode e tutto quello che lì abbiamo stipato e nascosto ci travolge e lì, davvero, non sapremo più stare bene, non saremo più in grado di riconoscere il bello neanche quando effettivamente ci starà davanti, splendente e luminoso, e noi saremo incapaci di riconoscerlo, perché sepolti sotto tutte le volte in cui ci siamo presi in giro.

Forse, l’aspirazione non dovrebbe essere stare bene ogni giorno, ma, molto più semplice a dirsi che a farsi, stare ogni giorno con quello che c’è in quel momento, senza scappatoie e senza pensare, nel bene e nel male, che quel momento sarà eterno.

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