Che fine hanno fatto gli adulti?

Che fine hanno fatto gli adulti?

O meglio, che fine abbiamo fatto noi adulti? Perché a un certo punto, più o meno a malincuore, nel gruppo degli adulti bisogna mettercisi.

Di recente, per la mia personalissima maratona “guarda tutti i film candidati agli Oscar”, sono stata al cinema a vedere La sala professori. La storia è ambientata in una scuola tedesca e da subito capisci che, in fondo, siamo tutti sulla stessa barca. Non ho ancora capito se questo mi consoli o mi avvilisca. Comunque, dopo averlo visto, ne ho parlato con un’amica che fa l’insegnante, perché volevo il parere di un’insider, anche per capire se avessi colto o meno il punto. È stato interessante scoprire che, in prevalenza, le nostre prime osservazioni non fossero diverse, ma riguardassero proprio due aspetti diversi del film: lei si concentrava sugli alunni, io sui professori.

Mi ha un po’ colpito di me stessa il fatto che in un film ambientato in una scuola io praticamente gli alunni non li avessi quasi presi in considerazione. Ma questo è un altro discorso.

Mi sono però concentrata molto sugli adulti del film. Più che altro mi sono concentrata sui professori, perché se mi fossi focalizzata sull’altra figura adulta del film, cioè i genitori, probabilmente saremmo dovuti stare qui per almeno quattro giorni consecutivi e comunque non avremmo ancora finito di parlarne.

I professori di questa storia, invece, mi sono sembrati un bello spaccato per descrivere noi adulti di oggi e chiederci: che fine abbiamo fatto?

La professoressa protagonista ha il suo ideale di come insegnare e di come stare al mondo e questo fa sì che quando si scontra ideologicamente con i suoi colleghi, tu pensi “per fortuna ci sono insegnati (aka adulti) come lei” e poi invece lei si scontra col fatto che per vivere secondo il proprio ideale bisogna anche saper agire di conseguenza, avere le spalle larghe, e averlo tradotto in atti quell’ideale, non solo pensarlo senza averlo mai sottoposto alla prova della realtà. Sennò finisci per sembrare la pallina del flipper quando impazzisce. E tu che guardi non è che riabiliti i colleghi di cui sopra, ma ti metti le mani nei capelli perché non sai da che parte girarti per vedere un adulto che sappia fare l’adulto.

E cioè pensa, agisce, calcolando pro e contro, e si prende la responsabilità delle proprie azioni e decisioni. Soprattutto questo.

Pure se ti concentri sugli adulti, a un certo punto i ragazzini devi vederli, un po’ perché sei in una scuola e un po’ perché iniziano a diventare inquieti, poco gestibili, pure violenti. Insomma, non sono più ignorabili. Un po’ come nella vita vera.

Ed è lì che, secondo me, bisogna tornare a guardare gli adulti.

Quegli adulti che non sono stati capaci tenere le cose da adulti nella sala professori, appunto, non hanno fatto da filtro, non sono stati capaci di gestire quello che nel film succede e riguarda gli adulti senza riversarlo sugli alunni.

Ecco questa mi sembra una bella metafora dei nostri tempi: noi adulti non sappiamo fare gli adulti e poi ci arrovelliamo il cervello sul perché i ragazzini si comportano come fanno che, al netto del fatto che l’adolescenza sia ribellione, se noi adulti non riusciamo a gestire bambini e ragazzini forse più che guardare loro dovremmo guardare noi stessi. Se le nostre parole non sono supportate dalle azioni, perché qualcuno dovrebbe ascoltarci?

In quale punto del percorso che va dall’allontanarsi dall’idea del padre padrone come figura educativa valida, al trovare un’alternativa più emotivamente presente e complessa ci siamo persi totalmente l’autorità, non capendo che sarebbe stata una tragedia annunciata?

Se i ragazzi sono in crisi, e secondo me un po’ lo sono, dovremmo chiederci: noi adulti come stiamo?

Ed è qui che secondo me il meccanismo si inceppa. Pensiamo che concentrarci molto sui ragazzi sia indice della nostra adeguatezza e invece secondo me ci serve solo per evitare di guardarci allo specchio e vedere che quelli persi siamo noi prima di tutto.

Per avvicinarci emotivamente a loro e cercare di incarnare delle figure di riferimento più umane, complesse e meno rigidamente autoritarie di quelle del passato siamo finiti per metterci seduti di fianco a loro, a guardare una cattedra vuota, privandoli pure del sacrosanto diritto che hanno gli adolescenti di scontrarsi contro gli adulti per potersi definire.

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