Le zebre non sono animali addomesticabili
Ieri sera ho finito di leggere un libro di Jared Diamond che si intitola Armi, acciaio e malattie. Tratta, come anticipa già il sottotitolo della breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni.
Ambizioso.
Tutto parte da una domanda che viene posta all’autore e che sulla base di quello che poi viene descritto nel libro io sintetizzerei, forse un po’ banalizzandola: perché gli Europei hanno conquistato e sterminato le popolazioni indigene americane e non sono stati quei popoli a invadere l’Europa e sterminarne gli abitanti nativi?
Cercare di capire e indagare i perché delle cose è una questione che mi ha sempre affascinata, non perché questo possa diventare un tentativo di giustificazione, ma proprio perché mi interessa capire i meccanismi delle cose che succedono e anche i perché penso che sia questo il punto di partenza per cercare di intervenire sulle conseguenze.
La risposta rapida alla domanda sopra sta nel titolo del libro: gli Europei finirono per avere le armi, l’acciaio e le malattie. Ma questa non è una risposta, è un’altra domanda: perché furono proprio gli Europei ad avere queste tre cose?
Tranquilli, non ho intenzione qui di mettermi a riassumere tutto il libro, ma ciò che mi sembra molto interessante sono le ragioni di fondo che questo testo porta. La terra in cui i nostri antenati sono nati ha reso loro possibile diventare agricoltori, ad esempio, con tutto ciò che da quell’attività deriva, come la sedentarietà e il surplus alimentare. Gli animali che quella terra ospitava sono stati importanti: fino alla prima guerra mondiale, le guerre si combattevano anche a cavallo, era proprio la cavalleria a fare la differenza, ma i cavalli erano ovunque? No. Gli animali che in Africa avrebbero potuto assomigliare ai cavalli e svolgere le loro stesse funzioni, come le zebre, non sono animali addomesticabili, e non lo sono perché quella è la loro natura, non perché gli Africani non siano stati abbastanza bravi da farlo.
La cosa, però, che più di tutte quelle narrate e spiegate in questo libro mi ha colpita è stato il comprendere il ruolo che ha avuto nello sviluppo delle civiltà umane l’orientamento dei continenti lungo l’asse nord-sud o trasversalmente all’asse terrestre, quindi con orientamento est-ovest.
È una cosa a cui non ho mai pensato e invece è piuttosto ovvio che abbia giocato un ruolo così importante nello sviluppo dell’uomo sulla terra. Un’area come quella dell’Eurasia (est-ovest) si sviluppa su fasce climatiche simili e non ha grandi barriere geografiche, questo facilita non solo gli spostamenti fisici, ma anche quelli di conoscenze e quelli degli animali. Continenti come l’America e l’Africa, invece che hanno uno sviluppo lungo l’asse, presentano sia una varietà climatica importante, sia delle barriere geografiche difficilmente superabili per i nostri antenati, come le Ande o il deserto.
Quindi, ci sono dei fattori naturali che hanno determinato lo sviluppo della storia dell’umanità così come la conosciamo; componenti che hanno permesso e facilitato anche la nascita e la realizzazione delle menti geniali della nostra specie. E questo non è “determinismo geografico”, perché non significa sostenere che la creatività umana sia inutile o sia una specie di falso storico perché tutto è stato determinato da clima, flora e fauna, che è una cosa banalmente falsa, significa, invece, rendersi conto che determinate caratteristiche geografiche hanno permesso alla creatività umana di realizzarsi e fiorire. Proprio in quest’ottica è ancora più interessante vedere come le civiltà più avvantaggiate dal punto di vista naturale siano state capaci di sfruttare questo vantaggio oppure lo abbiano distrutto. Le risorse della Mezzaluna Fertile furono sfruttate così tanto e male dall’uomo da essere distrutte; la supremazia tecnologica e marittima della Cina fu improvvisamente interrotta da faccende politiche interne. L’uomo, quindi, ha comunque avuto un ruolo centrale, nella capacità o incapacità di gestire, cogliere, ottimizzare o arginare ciò che la natura del suo territorio aveva da offrirgli.
Astraendo, che il contesto in cui nasciamo e viviamo conti mi sembra assodato, pure se continuano a provare a convincerci che se vuoi puoi, ma la forza di questa consapevolezza sta nel capire quale sia il nostro ruolo. Definendo i limiti, non limitiamo le nostre potenzialità, ma anzi, secondo me riusciamo a renderci davvero conto di quali siano le nostre possibilità di movimento e realizzarle al massimo, perché i limiti conosciuti e di cui siamo consapevoli non schiacciano, perché hanno il loro posto. Sono i limiti che ci illudiamo di non avere a distruggerci.