Io, me, me stesso
Ho di recente ascoltato una parte dell’intervista rilasciata da Alice Rohrwacher a Lucy sulla cultura. Me ne è capitato uno stralcio sui social e sono dovuta andare a ricercarla perché mi era sembrato che parlasse di una cosa molto interessante.
E infatti.
Nel parlare dei protagonisti dei suoi ultimi film, la regista ha detto che voleva fare qualcosa di diverso da quello che oggi le pare molto comune, cioè creare dei personaggi in cui lo spettatore possa identificarsi, perché le pare che questo approccio limiti sia la possibilità di raccontare, sia quella dell’essere spettatori.
Rohrwacher dice:
“Sembra che l’unico sguardo possibile sia diventato quello di doversi identificare con un protagonista e quindi mettere nuovamente al centro della storia se stessi e quindi patire perché si è il protagonista”
Caspita!
Mi è sembrata una cosa forte, un’osservazione acuta, che da un lato secondo me parla di cosa sia davvero la compassione, il soffrire con, con qualcuno, con l’altro, non soffrire per se stessi tramite l’altro, esigendo dall’altro consolazione. Dall’altro non dovrebbe essere forse questo il senso del guardarsi dentro, del conoscersi, del comprendersi?
Tutti noi guardiamo il mondo e gli altri per quello che siamo noi. Siamo il filtro che applichiamo a ciò che ci circonda, probabilmente avere uno sguardo completamente oggettivo su ciò che sta fuori di noi, privandolo del tutto della nostra soggettività, non è possibile. Questo però non può significare che si debba vedere solo sé, parlare solo di sé, sentire solo sé.
Rohrwacher ne parla in termini artistici, ma penso che il discorso possa essere resto generale.
Quando la regista dice che la compassione che proviamo guardando da fuori un personaggio è diversa da quella che proviamo per noi stessi, mi sembra che faccia un ragionamento ovvio e sorprendente allo stesso tempo. Perché è vero che lo sguardo che abbiamo sul mondo è nostro, parte da dentro ed è influenzato da ciò che siamo, ma dove ci mettiamo poi noi rispetto a ciò che guardiamo?
Riusciamo a essere spettatori, o vogliamo essere sempre al centro della scena?
A forza di guardarci dalla fotocamera interno del telefono e di pretendere che degli sconosciuti dall’altra parte del globo tengano conto della nostra sensibilità mentre hanno a disposizione 280 caratteri per dire qualcosa, non saremo finiti per pensare che si parli sempre e comunque di noi?
“A volte si sentono le cose del mondo, a volte si pensano i pensieri del mondo”
Dice la regista. E non è bellissimo? Ogni tanto non doversi accollare il copione dei protagonisti, soprattutto quando ci era stato assegnato quello delle comparse senza battute.
Il nostro essere ce lo portiamo sempre dietro, è la nostra lettura sul mondo, ma l’idea che vada sempre esposto in primo piano, secondo me, è una storpiatura che il capitalismo individualista ha fatto della psicologia. Banalizzandola e togliendole complessità, come si ha bisogno di fare quando si deve domare qualcosa.
A furia di far camminare il nostro io dieci metri davanti a noi, abbiamo rubato il campo al noi, quella comunità che ci avrebbe rassicurato, accompagnato, consolato e ci siamo ritrovati a pretendere che pure tutta l’arte parli sempre e solo di noi, perché se non riusciamo a entrarci allora non vale niente.
“Mica bisogna sempre entrare dappertutto” dice ancora Rohrwacher.
Ma se vale solo ciò in cui possiamo identificarci rimaniamo soli e ci perdiamo gran parte del mondo. Ci hanno fatto credere che dovessimo trovare un appiglio di identificazione in tutto, per poterlo apprezzare, e così facendo ci hanno fregato due volte, perché l’unico risultato di questo credo è quello di appiattire pure l’arte, oltre che la complessità e la varietà del mondo, privandoci del privilegio che possiamo avere essendo, semplicemente, spettatori. Una posizione da cui, tra l’altro, possiamo anche imparare a conoscerci meglio, senza la presunzione di trovare già rappresentato tutto ciò che siamo. E se rappresentiamo solo ciò che siamo già, chi si potrà occupare di ciò che diventeremo?