L’attendere
Attendere. I verbi mi danno sempre l’idea del movimento, anche quando indicano staticità, anche quando significano proprio immobilità, immutabilità, mi fanno pensare che qualcosa stia accadendo e vi si possa partecipare. I sostantivi, invece, mi fanno pensare alle cose fatte, spesso senza la possibilità di intervenire.
Nell’attendere c’è la vita, la tensione, il nodo allo stomaco. C’è sempre, secondo me, a prescindere da cosa si attenda. Certo, quando si attende una festa, tutti i sintomi assumono una sfumatura diversa, pure l’ansia è differente, si porta dietro un pizzico di gioia che le fa lasciare da parte l’angoscia.
C’è un attendere intimo e personale, ma, se nella vita siamo fortunati abbastanza, a volte possiamo sperimentare l’attendere collettivo, quello delle comunità. Quello del fiato sospeso al rigore di Grosso, quello di migliaia di occhi alzati al Campanone.
È lì che l’attesa assume un carattere liquido, esce dai corpi dei singoli in cui era cresciuta con l’avanzare di Maggio e avvolge tutti, si riversa nei vicoli, nelle piazze, trabocca dalle finestre.
È viva.
È attendere.
Ha la forza centripeta che le case hanno di richiamare a sé gli abitanti lontani, un’energia che ti attira, che ti fa sentire fuori posto in ogni altro luogo del mondo che non sia quella pietra. Che ti fa tornare.
Cha sia arsa dal sole, bagnata dalla pioggia, sferzata dal vento all’alba del giorno, è lì che devi stare, circondato da quelle persone che, come te, sentono scorrere l’attendere sotto pelle e saranno capaci, nella gioia della condivisione, di correre al tuo fianco, di trattenere il fiato per un momento prima che la brocca venga lanciata, e di non lasciare che l’emozione poi sfumi.
Capaci di sentire tutto sulla pelle e insieme, uniti nel vortice per un giorno intero, che tornerà a succedere, che torneremo ad attendere.