Paese che vai, limite alle donne che trovi

Paese che vai, limite alle donne che trovi

In questi giorni leggevo Specchio delle mie brame. La prigione della bellezza di Maura Gancitano. Ciò che l’autrice narra e spiega nel suo testo non mi è sembrato sconvolgente, nel senso che mi pare tratti temi abbastanza noti in termini generali. O perlomeno lo spero, nel 2024. È comunque un’analisi molto interessante di come il corpo delle donne continui a essere terreno di conquista e controllo da parte degli uomini e di come avere un corpo esteticamente valido e in linea con certi canoni (stabiliti da chi?) sia ancora oggi un imperativo per noi donne.

Guadagniamo meno degli uomini, ma spendiamo nettamente più di loro in: vestiti, creme, trattamenti, prodotti di bellezza e tutto ciò che rientra nel mondo del beauty. Perché?

Ma, soprattutto, quanto è forte il condizionamento sociale che ci porta a pensare che tutte queste cose siano necessarie? Anche quando riteniamo di essere consapevoli (e lo siamo) della prigione in cui il mito della bellezza ci tiene rinchiuse, perché passiamo così tanto tempo a sentirci a disagio?

Per la pancia, la cellulite, le occhiaie, i pori dilatati, le cosce, i capelli, il sedere

eccetera

eccetera

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Siamo così tanto immerse in una società per cui la donna valida deve essere innanzitutto bella e giovane, secondo determinati standard, che compriamo prodotti cosmetici da aziende che ci dicono che tutti i corpi sono validi, che ognuna è bella a modo suo, che conta la nostra unicità, mentre ci propinano creme per combattere la cellulite e guaine dimagranti.

Oltre che belle, poi, dobbiamo essere giovani. Sempre. Vediamo quotidianamente giornaliste brave nel loro lavoro a cui prima o poi si scioglierà la faccia cosparsa di stucco in diretta se non si decidono ad abbassare un pochino quelle luci che puntano loro addosso nel tentativo di piallare tutte le rughe dei loro visi; perché altrimenti fanno la fine della loro collega, di una competenza rara, che qualche anno fa, nel pieno della pandemia, venne messa nel tritacarne perché andava in diretta con poco trucco e un sobrio maglione nero o blu scuro. Il centro del discorso non era lei, ma ciò che diceva, ma come si permetteva di presentarsi in televisione in quel modo con lo stesso sforzo estetico dei suoi colleghi uomini?

Nel libro, l’autrice riporta alcune tesi della scrittrice e sociologa marocchina Fatema Mernissi che analizza, tra le altre cose, come ogni cultura imprigioni le donne in gabbie diverse, che pur sempre gabbie rimangono, però!

Nel mondo musulmano, afferma Mernissi, il dominio maschile sulle donne si esprime attraverso l’uso dello spazio, escludendo quindi le donne dallo spazio pubblico; nel mondo occidentale, invece, è l’età, sostiene la scrittrice, a essere usata come arma per segregare e svalutare le donne.

Dobbiamo sembrare sempre giovani, pure quando non lo siamo più, e giovani in un certo modo, e dietro quello che viene presentato come una questione puramente estetica (e quindi frivola e di poco conto come tutto ciò che riguarda l’estetica) è in realtà la nostra prigione: se non sei giovane, se non rispecchi certi canoni, se naturalmente invecchi e il tuo corpo non assomiglia più a quello che avevi a vent’anni, o che comunque a quell’età avresti dovuto avere, allora sei inaccettabile. Devi prenderti cura di te, in modo che quel corpo che ti ritrovi dimostri meno anni di quelli che ha, devi impegnarti per mantenerlo in un certo modo, o per averlo. Diciamocelo, costi quel che costi.

Tosto il paragone.

Non so neanche se fino in fondo riesco a comprenderlo e condividerlo.

Però poi penso a quello studio, citato da Gancitano, condotto da Fredrickson e Roberts insieme a Stephanie M. Noll, Diane M. Quinn e Jean M. Twnge in cui ai partecipanti (donne e uomini) viene chiesto di indossare un costume da bagno o un maglione in un camerino di fronte a uno specchio a figura intera, da soli, senza alcun osservatore e a cui vengono sottoposti successivamente due test: uno sul cibo e uno matematico.

Per farla breve, le donne che durante i test indossavano il costume hanno reagito con disagio al test sul cibo e con poca prontezza a quello matematico, ancora nel pieno del loro stato di auto-oggettivazione mentre rispondevano alle domande.

Non è stato questo l’unico test condotto su donne in costume da bagno e ad aver mostrato prestazioni ridotte.

Quindi mi chiedo: è vera libertà la nostra? O siamo banalmente vittime di un sistema che comunque ci vuole governare e per farlo applica semplicemente metodi diversi? Cosa si cela, nel profondo, dietro la cura di sé socialmente intesa (per intenderci, non lavarsi e indossare vestiti puliti) che alle donne, in realtà, viene imposta? Cosa dietro gli abiti succinti che possiamo indossare se rispettiamo determinati canoni estetici? Perché se noi non ci trucchiamo siamo pigre, sciatte e con il viso stanco che suscita domande, mentre agli uomini queste osservazioni non vengono fatte pure se hanno il contorno occhi più marcato del nostro? Perché a loro basta essere competenti per essere presi in considerazione, anzi, a loro basta essere per ottenere considerazione, e noi dobbiamo essere molto competenti E esteticamente ritenute accettabili?

Siamo davvero libere, o la nostra prigione è solo più grande, col giardino e con qualche ora d’aria in più?

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