Guernica

Guernica

“Quando mancano le parole si vorrebbe essere tutti Picasso e fare Guernica, per il suo talento e per quell’arte che ha una capacità di sfondamento verso la terza dimensione.

Qualunque cosa io scriva non contiene quello che vedo, che accade.”

Valeria Parrella ha scritto questo su Il Manifesto e pure io, come lei, vivo con la sensazione di non essere capace, di non sapere come fare a scrivere quello che i miei occhi vedono e quello che, di fronte a quelle immagini, ogni fibra del mio corpo sente.

Valeria Parrella, comunque, secondo me qualcosa è riuscita a passarci con le sue parole. Non dipingeremo Guernica, ma qualcosa possiamo fare, fosse anche solo per riuscire ad andare a dormire la sera senza sentirci totalmente complici di questo genocidio. È sufficiente? No. Ci mancherebbe solo osare pensarlo. Serve a qualcosa? Forse no. Forse serve solo al nostro ego, ad avere la possibilità di autoassolverci davanti alla storia e quando ci sediamo di fronte alla nostra coscienza.

A non sentirci soli, però, serve. A non impazzire, secondo me, serve, pure se mi attanaglia lo stomaco il fatto che serva solo a noi. Noi che dovremmo riuscire a fare qualcosa per i Palestinesi. Ma noi, che ora, forse più che mai, capiamo quanto poco possiamo al di fuori del nostro raggio d’azione. Però insieme, forse, qualcosa…

Non dico che possiamo riuscire davvero a fare qualcosa, però sentirci legittimamente non complici di genocidio come comunità di umani, quello forse sì. Almeno un po’.

Ho visto un video in cui un’attrice americana diceva che i video di cioè che è successo a Rafah domenica hanno “segnato una linea”. Ci servivano davvero padri disperati che tengono tra le braccia i corpi decapitati dei loro figli per “segnare una linea”?

Dal 1948 a oggi, quante volte l’abbiamo spostata questa dannata linea?

Come possiamo immaginare che tutto questo possa banalmente finire, anziché pretendere che venga fermato? E magari pensare, addirittura, che non ci saranno conseguenze anche per noi di qua, in occidente?

Come pensiamo che nasca, davvero, il terrorismo?

Sangue Loro, il podcast di Pablo Trincia, oppure Porti ciascuno la sua colpa il libro di Francesca Mannocchi, perché non sono nei programmi della scuola dell’obbligo? E magari anche in onda al posto dei tg o pubblicati sulle pagine dei quotidiani, dove sentiamo ancora dire che i Palestinesi muoiono mentre gli Israeliani vengono uccisi?

I missili su Gaza piovono, le tende dei campi profughi si incendiano, gli aiuti umanitari non riescono ad arrivare.

È colpa e responsabilità di un qualche nuovo fenomeno metereologico di cui non siamo ancora a conoscenza per caso? Perché messa così, pare che non ci siano responsabili e colpevoli, ma solo cosa che succedono, come la pioggia che inizia a cadere dal cielo.

Solo che le immagini, quella che Parrella dice di non riuscire a far rivivere nelle sue parole, le vediamo tutti. E non le potremo mai dimenticare e, probabilmente, neanche mai perdonare.

Perché, alla fine dei conti, lo stanno facendo anche in nostro nome.

Sono i nostri governi quelli che sostengono il governo Netanyahu, i nostri giornalisti quelli che scelgono certe parole, le nostre aziende quelle che vendono le armi con cui Israele sta perpetrando il genocidio del popolo Palestinese.

Come ci riprenderanno? Questo me lo chiedo ogni volta che vedo le piazze d’Europa e d’America piene di bandiere Palestinesi. Come ci convinceranno a votarli di nuovo? Si sono rassegnati a utilizzare solo i manganelli? Io ho la sensazione che qualcosa che era già molto sfilacciato si sia definitivamente strappato.

Povera illusa, direte voi, alla fine alla Palestina poi non ci pensa nessuno. Può essere. Ma io me la sento nella pancia questa cosa qui e quello che senti nelle viscere non si può ignorare come quello che si pensa logicamente.

Come ci ricuciremo pure noi? Non siamo riusciti a farlo davvero con una pandemia, con un genocidio come pensiamo di riuscirci? Davvero mi sembra assurdo pensare di riflettere su di noi in questo momento. È un’altra ingiustizia, in un certo senso. Però ci penso. Chi e come, ai piani alti, potrà tornare a parlare di valori? Come potranno pensare di essere credibili quando ci proporranno le loro idee? Fino a che punto sono disposti a perdere i loro popoli? Neanche questo e me, di questi nostri tempi difficili e tetri, pare completamente comprensibile.

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