Valerne la pena
A volte in mezzo, molto più spesso alla fine, quasi mai prima di iniziare qualcosa, di imbarcarsi in una nuova esperienza, ci si ritrova a chiedersi: ma ne vale la pena?
Ogni tanto è una domanda quasi retorica, ce la poniamo quando non ne possiamo più e cerchiamo solo un modo per uscire da quella cosa, per interrompere quell’esperienza, perché chiedersi se ne vale la pena impone di fare i conti, di mettere tutto sul piatto della bilancia e guardarlo davvero.
Altre volte, invece, ce lo chiediamo quasi stupiti, se ne valga la pena, stupiti dall’aver pensato che non sarebbe stato così.
Succede quando ci sembra di essere finiti in un vortice quasi contro la nostra volontà e poi invece mentre il mondo corre, fermandoci un attimo, realizziamo che no, non vorremmo scendere, ma continuare ad andare con quel flusso.
Mi è successo in questi giorni e ho pensato che sì, ne stesse valendo la pena.
Perché mi sarei persa un pezzo irripetibile di vita se avessi ascoltato i miei dubbi, i timori e le paure, anziché chi mi stava porgendo una mano e un’occasione.
Mi sarei persa persone, incontri illuminanti, sorrisi, confronti, pensieri, risate, riflessioni, sfide. Non è forse questo, quello che chiamiamo vita?
Ecco, mi sarei persa della vita.
Non capita sempre così, ovviamente, anzi! Ma per questo quando succede è importante rendersene conto. Capire come e dove sia accaduto, riconoscere i segnali, nostri in primis e anche quelli dell’ambiente, perché è utile per riuscire ad allenarci a riconoscere le occasioni simili e, soprattutto, a distinguere quando ci stanno tirando in qualcosa contro la nostra volontà da quando, invece, la nostra volontà ha bisogno di una spintarella per uscire dal guscio.
Sono state settimane intese, quelle che ho appena vissuto, e con la mente fredda posso solo chiedermi come abbia fatto a pensare che sarebbe stato meglio, per me, non viverle così, che avrei potuto farne a meno, come abbia potuto pensare che non ne sarebbe valsa la pena, che ingenua.