Prima prova

Prima prova

A me l’esame di maturità piace.

Non sono di quelli che lo reputano anacronistico e inutile e che pensano di avvalorare la loro tesi con affermazioni tipo “tanto il voto della maturità non lo guarda nessuno”.

Anzi, sono di quelli che sostengono che l’esame di Stato vada mantenuto anche perché il voto non lo guarda nessuno!

L’idea che nel nostro tempo riesca a sopravvivere una cosa che non abbia come risultato un qualcosa di direttamente spendibile in modo quantificato e quantificabile nel mondo del lavoro, che, nonostante sia purtroppo molto legato alla performance, non generei poi nei suoi risultati una performance riconoscibile come tale in quell’economia capitalista che permea ormai ogni ambito delle nostre vite, che in questa visione del mondo non abbia un senso, è ciò che mi fa dire: eccolo il senso!

Teniamocelo stretto, magari modifichiamo qualcosa, per carità, ma manteniamo l’istituzione.

Non so quanto questa mia riflessione trovi spazio tra i sostenitori dell’esame di maturità, ma me ne frega sinceramente molto poco, a essere onesta.

Questo esame è un rito di passaggio e chi sostiene che sia inutile pensa spesso che a essere inutili siano, in generale, i riti di passaggio, soprattutto quando, come nel caso dell’esame di maturità il passaggio è abbastanza labile.

Certo, la fine delle superiori non sancisce di certo il diventare adulti, ma è comunque uno spartiacque, a prescindere da cosa si decida di fare dopo, pure se si sceglie di continuare a studiare, esiste una vita prima e una dopo la fine delle scuole superiori ed è giusto, secondo me, avere un rito collettivo che sancisca un passaggio così importante. Abbiamo tremendamente bisogno di rituali che ci aiutino a scandire lo scorrere del tempo, che segnino sulla linea del tempo delle nostre vita il nostro crescere ed evolvere e, in particolare oggi, abbiamo bisogno di riti collettivi che svolgano questo ruolo, perché abbiamo un disperato bisogno di essere un noi, di riconoscerci in un noi, di viverci, anche, come parte di un noi, portando la nostra dimensione personale fuori da noi stessi, a incontrarsi con gli altri.

Non vedo altra via di salvezza, individuale e collettiva, che non siano le comunità.

E poi l’esame di maturità ci mette di fronte a delle emozioni straordinarie, nel senso proprio di fuori dall’ordinario, quelle che a ripensarci dopo anni ci sembrano esagerate. Anche questo è un argomento caro a chi vorrebbe archiviare questo esame tra le cose del passato, ma io non sono così sicura che questa mozione avvalori la loro tesi, anzi.

Se non abbiamo momenti capaci di tirarci fuori emozioni straordinarie, se tutto è quotidiano, quando impareremo a conoscerle quelle emozioni?

Perché esistono e ce le abbiamo, non sono un’invenzione dell’esame di maturità, sono dentro di noi, ma, per fortuna, di norma non vengono fuori mentre siamo in fila al banco gastronomia del supermercato. Se non abbiamo eventi in cui possano emergere senza risultare troppo esagerate, inopportune e inappropriate, e, di nuovo, in cui noi possiamo viverle insieme ad altre persone che provano, con sfumature diverse, quello che sentiamo noi, quando impareremo a conoscere e riconoscere quel pezzo di noi? E per vivere e sperimentare tutto questo, quale luogo più sicuro di uno dalle conseguenze poco rilevanti e in cui si è tra simili?

Io, personalmente, ripristinerei anche l’esame di quinta elementare.

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