Se quest’estate ci consola
L’estate si sente nel vento caldo che entra dalle persiane socchiuse nelle prime ore del pomeriggio, si vede nella calura che all’orizzonte offusca i confini e colora il cielo di sabbia, si assapora nel succo dei pomodori maturati al sole.
L’estate si poggia sui campi arsi, si muove tra le spighe mature del grano, si alza dalle strade polverose.
Si attende, l’estate, per quel modo che ha di farsi desiderare o temere per mesi e poi di accorciare e dilatare i tempi come fosse una molla.
Nelle giornate lunghe, nella vita fuori.
Nei pensieri dentro, nelle notti tiepide e quiete.
L’estate ha due tempi.
Uno è veloce, dove tutto pare muoversi freneticamente, come se il mondo dovesse finire dopo agosto, un po’ come succede a Natale. Lo facciamo finire due volte all’anno questo nostro mondo, poi per il resto del tempo lo trattiamo come se non dovesse finire mai, ma questo è un altro discorso.
Ci sono un sacco di cose da fare, in estate, luoghi da visitare, eventi a cui partecipare, persone da rivedere.
Però il vento caldo soffia piano tra i campi, disegna onde dove l’acqua non c’è, se la inventa, nell’ondeggiare armonioso delle spighe dorate.
Oscilla piano il lampadario sopra i miei occhi, camminano lenti i pellegrini fuori dalla mia finestra, passa leggero il vento tra le tende del mio terrazzo.
L’estate ha due tempi.
Uno è lento, cadenzato, è un tempo che dà tempo. Si offre a noi, è un tempo dentro, che cerca di schivare tutte le proposte del mondo fuori, o perlomeno di selezionarle, per poter godere pure lui delle luci dell’alba che si irradiano a orari che pochi conoscono, dei tramonti che sembrano voler aspettare i ritardatari cronici, perché iniziano e poi pare non se ne vogliano andare, delle stelle che per una volta si sentono viste.
Anche le notti d’estate mi sembrano più lunghe, con quel loro tepore che ti fa scegliere cosa fartene di quel pezzo di giornata, perché sanno stare in compagnia le notti d’estate, ma pure da sole.
Nei tavolini affollati dei bar, nelle campagne vive senza gli esseri umani.
Mi pare che l’estate sappia fare tutto, sa fare lo sfondo, sa fare la protagonista, ma soprattutto ci lascia fare tutto.
Consola, l’estate, se siamo pronti a lasciar andare la sua frenesia, se siamo disposti, in compagnia della sua natura, a spogliarci delle nostre difese, ad allentare la presa, a mostrarci per ciò che siamo.
Tra quei silenzi affollati delle notti d’estate possiamo portare al cospetto dei cieli stellati le nostre ferite, esporci a quel bruciore iniziale che sentiamo quando le disinfettiamo, come quando da bambini arrivavamo al mare con le ginocchia sbucciate e il sale ci faceva quasi venir voglia di uscire dall’acqua.
Quasi.
Poi, però, l’estate ci cura. Come l’acqua salata.
L’estate ci consola, se siamo disposti a farci consolare.