Tregua olimpica

Tregua olimpica

Sono tornata dalle vacanze, cinque giorni in cui ho deciso di staccare quasi da tutto, soprattutto dalle notizie; poi sono tornata a casa e sono iniziate le Olimpiadi, due settimane in cui fatico a guardare, leggere e pure a parlare di qualcosa che non siano gli sport olimpici, i gossip olimpici, i meme olimpici.

E poi è quasi agosto, dai, ci sta.

Ci sta, perché io posso farlo, noi possiamo farlo. Possiamo decidere di prenderci una pausa dalle notizie, possiamo scegliere di dedicare del tempo a guardare lo sport in tv, felici di averlo sul nostro stesso fuso orario, possiamo persino fare il tifo per le gare di pistola ad aria compressa.

Possiamo, perché non siamo noi, le notizie. Perché la storia non ci cade sulla testa sotto forma di bombe. Perché possiamo pensare che nell’acqua della Senna non ci nuoteremmo neanche sotto tortura, visto che non siamo tra quelli che un’acqua peggiore devono berla.

Poi parlo di noi, ma in realtà penso a me e a questo mio sentirmi in bilico tra la consapevolezza che questa sia comunque la mia vita e il senso di colpa per avercela questa vita così piena di scelte possibili, mentre in Palestina la gente continua a morire ogni giorno.

Anzi.

In Italia la gente muore, in Francia la gente muore, in Spagna e in tanti altri luoghi del mondo.

In Palestina le persone vengono ammazzate.

Ogni giorno, come mosche, non si sa neanche di preciso quante.

Sotto le bombe, di fame, di malattie che sarebbero curabili se solo fossero rimasti degli ospedali e di altre che non esisterebbero neanche se ci fosse almeno l’acqua potabile.

Io sono qui, che scrivo su un quadernino a fiori, con le olimpiadi in tv e il ventilatore acceso.

Loro sono là, a sentirsi dire che bè, devono spostarsi in un’altra zona, un’area sicura, che poi è quella da dove se ne sono dovuti andare l’altro giorno, quindi forse sicuro in israeliano significa dove sono rimaste solo macerie.

Gli atleti israeliani intanto gareggiano alle Olimpiadi, sotto la loro bandiera, mica come i russi e i bielorussi.

Tranquilli e festanti pure alla cerimonia di apertura, dove però neanche l’essere all’esterno e non nel raccoglimento di uno stadio è riuscito a salvarli dai fischi.

Per fortuna.

Noi persone comuni, almeno, cerchiamo di ricordarlo e di ricordarcelo: non siamo d’accordo. Pure se è evidente che a poco serva. Ogni volta penso a quanto sia inutile, a quanto siamo inascoltati e insignificanti quando protestiamo, quando teniamo il punto, quando correggiamo notizie inequivocabilmente false. Poi però penso che almeno questo glielo dobbiamo ai Palestinesi. Almeno continuare a parlarne, almeno continuare a informarci, ad assorbire quanto più possiamo della loro cultura, della loro storia, delle loro tradizioni.

Cercare di ricordarci della Palestina pure quando la nostra vita piena di scelte ci offre la possibilità di prenderci una pausa.

Perché possiamo fare solo quello che possiamo fare.

Non possiamo salvare il mondo. Sto imparando a farci pace con questa cosa.

Non perché mi senta una sorta di dio onnipotente, ovviamente, ma perché a volte mi sento addosso il peso di una responsabilità che non potrebbe essere mia neanche se la volessi. Che poi chi sano di mente vorrebbe prendersela una responsabilità simile?

Però ogni tanto io me la sento addosso questa responsabilità, come se avessi il peso del mondo sulle spalle, e allora devo ricordarmi che sono solo un filo d’erba, per fortuna.

Zerocalcare dice sempre tutto meglio di chiunque altro.

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