Di fini e di mezzi

Di fini e di mezzi

La settimana scorsa su Internazionale ho letto un reportage sull’esame di maturità in Corea del Sud. Un esame folle, di otto ore, che mobilita un paese intero (fa slittare l’orario di entrata al lavoro delle persone per evitare che i pendolari intasino treni e strade dando problemi agli studenti che devo arrivare alle sedi d’esame, per dirne una) e stabilisce chi potrà accedere all’università e chi no e pure chi potrà accedere a quale università.

“Si stabilisce quali sogni potranno essere realizzati e quali no” sintetizza benissimo l’articolo.

Tutto in un giorno.

Un giorno a cui i ragazzi coreani si preparano per tutta la vita. Non così, per dire, ma proprio letteralmente visto che vengono mandati a ripetizioni private sin dall’asilo. Ripetizioni private che le persone mettono in conto quando pensano di mettere al mondo un figlio, perché costano molto e pare che non se ne possa fare a meno.

“Non volevo che mia figlia rimanesse indietro rispetto agli altri bambini” dice al giornalista la madre della ragazza che ha contribuito alla realizzazione del reportage, per spiegare la decisione di mandarla a ripetizioni sin dall’asilo.

Non volevo che mia figlia rimanesse indietro rispetto agli altri bambini.

Lo ripeto perché non sono sicura di averlo capito.

Un bambino che rimane indietro perché prima di andare a scuola non sa contare, o leggere, o bo, forse scrivere?

Ma poi indietro rispetto a cosa?

C’è una tabella di marcia?

Per arrivare dove?

Forse quella donna risponderebbe che sì, una tabella di marcia c’è, per arrivare preparati all’esame di maturità, entrare in una delle università migliori del paese e avere un lavoro prestigioso.

Una vita programmata e risolta.

Ma davvero c’è solo questo? Cioè è davvero questo il senso dell’essere su questo mondo? Dell’essere vivi?

Forse il sistema scolastico coreano è un caso limite, però mi pare che tendiamo a ridurci a questo: al lavoro che facciamo o, al massimo, al lavoro che una determinata università ci permette di fare.

Ci siamo così immersi nella convinzione che studiare sia un dovere (anziché un diritto) che ci pare automatico che studiare debba avere una sorta di fine materiale. Studiare x così da poter diventare y, ma soprattutto non studiare z perché poi che ci fai?

Perché, mi verrebbe da rispondere, che ci devo fare?

Che grande ossessione quella per cui il fine dell’istruzione debba trovarsi nel mercato.

Come se il lavoro fosse un fine e non un mezzo.

L’istruzione vista così perde ogni senso, secondo me, perché si perde il suo vero fine: la libertà.

La libertà di conoscere e di capire, ma soprattutto, di conoscersi e capirsi. Di essere se stessi. Di aprirsi al mondo, di farselo entrare dentro quel mondo. Il resto viene dopo. È ciò che capiamo di noi stessi, degli altri e del mondo a renderci chi siamo e studiare non serve forse ad aiutarci a fare questo e a esprimerlo?

A capire il mondo, a capirsi attraverso il mondo.

Stiamo diventando così ossessionati dal risultato, che davvero ci perdiamo tutto quello che c’è in mezzo. Pure se lo so, sembra una frase da Bacio perugina.

Però forse non è così scontato, forse abbiamo bisogno di ricordarcelo.

Concentrarsi su cosa si studia, su come si inerisce nel mondo che abitiamo e nella nostra vita, sulle persone che non avremmo mai conosciuto, sui luoghi che non avremmo mai visto, se oltre a studiare sui libri non fossimo stati lì, con gli occhi spalancati.

Qual è il senso di studiare solo per avere un determinato lavoro? Certo, alcuni lavori hanno un percorso obbligato e spesso le persone hanno un lavoro dei sogni, ma questa è naturalmente un’altra faccenda. Si muove su un piano diverso, perché gioca nel campionato delle scelte, della volontà, delle inclinazioni. Non è un sacrificio in quel caso. Ma in Corea del Sud uno studente dell’ultimo anno su tre è depresso e uno su dieci ha pensato al suicidio. Forse è un campionato sorteggiato male.

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