Devo andare a guardare le stelle
“Il signor Palomar dice ‘Devo andare a guardare le stelle’.
Dice proprio: ‘Devo’.”
Io Palomar non l’ho mai letto, ma pure a me, le stelle, pare di doverle guardare. Come fossero qualcosa che non ci si possa far sfuggire, pure se, in fin dei conti, loro se ne stanno sempre lì; però a me paiono una cosa tanto eccezionale, che sia un privilegio averle a disposizione.
Un cielo stellato assomiglia a un bel tramonto, di quelli che li vedi e pensi: chissà se nella vita me ne ricapiterà uno bello altrettanto. E così non puoi evitare di stare almeno qualche minuto col naso all’insù.
Sono lì luminose e lontanissime, le stelle, e sembrano capaci di sistemare le cose quaggiù, portandoti un po’ con loro, come se il solo stare lì a osservarle ti rendesse capace di averle al fianco.
Guardavo le stelle qualche giorno fa, in mezzo a un sacco di altra gente, eppure riuscivo a stare sola.
Non sola come quando ti senti solo, più come quando riesci a stare bene nel contatto profondo con te stesso.
Arrivava, a ondate cadenzate come la risacca del mare, un velo di malinconia, ma lì, sdraiata sotto quel cielo stellato, sembrava perfetta pure lei.
Sono pericolose, le stelle, perché al loro cospetto viene un po’ su tutto; nel silenzio della notte, forse, tutto si sente più accolto e compreso, sarà per questo che di notte troviamo il coraggio di dire quello che di giorno taciamo. Sarà per questo che non ci sentiamo in soggezione davanti alle stelle, che la notte la abitano e la conoscono e sanno come guidarci per attraversarla, che sia per uscirne indenni, oppure per imparare a portare nel giorno un po’ di ciò che sentiamo di notte.