Act local

Act local

Mi capita spesso, a volte troppo, di sentirmi impotente. Mi succede di fronte alle notizie che arrivano da un diverse parti del mondo, ma pure a quelle di casa nostra. Mi generano una specie di fuoco alla bocca dello stomaco che non so come gestire.

Ho pensato a lungo che fosse rabbia per le ingiustizie, poi però mi sono chiesta se io abbia un animo così nobile e la risposta è no, molto banalmente. Quindi mi sono dovuto chiedere di nuovo cosa fosse, quella cosa che sentivo e ho capito che ciò che mi accende è l’impotenza.

L’idea di essere qui, tranquilla, a leggere dell’inferno senza doverci stare in mezzo, come se fosse una colpa, come se una parte di me pensasse di dover almeno fare qualcosa. Come se quella parte di me pensasse di poterlo fare quel qualcosa.

E invece no, perché siamo sempre lì: possiamo fare solo quello che possiamo fare.

E ho passato un sacco di tempo a pensare che, quindi, in molti ambiti quello che possiamo fare fosse prossimo allo zero.

Poi ho realizzato che invece guardare solo alle grandi tematiche e, soprattutto, pensarle solo in ottica globale sia una scusa. Un modo per non fare niente senza sensi di colpa.

Iniziare ad agire nel piccolo, entro il nostro raggio d’azione, nel nostro territorio, quello è fare qualcosa. Quello possiamo farlo.

Ricreare le comunità.

Le comunità vere, fatte di persone che fanno insieme, portando ognuno il proprio pezzo di sé e mettendolo a disposizione degli altri per creare qualcosa di condiviso.

È la dimensione umana, secondo me, che ci toglie dall’impotenza, dalla frustrazione e pure un po’ dai sensi di colpa. Io senza dubbio la devo recuperare quella dimensione umana e condivisa, lo so, e inizio a rendermi conto di quanto sia davvero essenziale, anche banalmente per egoismo: sto meglio. Mi sento più viva. Mi restituisco un pezzo di senso che solo lì posso trovare. Un pezzo di puzzle che non posso far finta che non serva.

Ma mi spingo oltre, credo, forse con un pizzico di presunzione, che non serva solo a me, ma che sia il nord della bussola per orientarci nel nostro tempo.

Abbiamo allargato il campo accorciando le distanze del mondo, ma nel farlo abbiamo allontanato i vicini. Quelli che percorrono le nostre stesse strade buie tornando a casa la sera, che vanno nelle nostre stesse scuole, che impazziscono per stare dietro alla nostra stessa burocrazia.

Sappiamo in tempo reale se c’è un terremoto in Perù, ma il nostro vicino di casa è morto senza che noi sapessimo che era malato.

In Giappone c’è un’allerta tsunami e la notizia ci mette un po’ in apprensione, ma quello che abita dall’altro lato della strada ha il figlio in prima elementare e a noi di quel bambino è sfuggita pure la nascita.

Non perché non ci si possa preoccupare per le cose lontane e per quelle vicine, però forse dovremmo essere più consapevoli del fatto che per le prime possiamo fare poco o niente, mentre le seconde sono molto più alla nostra portata, possiamo avere un ruolo, un impatto, rientrano nell’orbita di ciò che possiamo fare, oltre che pensare.

Possiamo non essere soli quando usciamo di casa e sapere che pure quando siamo lì tra le nostre quattro mura c’è qualcuno che gioca in squadra con noi, che non ci lascia soli, che banalmente, nel via vai della vita quotidiana, c’è.

Senza la pretesa di salvare il mondo, forse un pezzettino riusciamo a salvarne davvero. O, nella peggiore delle ipotesi, salviamo un pezzo di noi, che alla fine, forse, è tutto ciò che possiamo davvero provare a trarre in salvo.

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