Partenze, arrivi e altri rimedi

Partenze, arrivi e altri rimedi

Oggi non era prevista alcuna pubblicazione su circoletti, o meglio, era prevista, ma l’avrei saltata. Sapevo che la fine di quest’estate sarebbe stata per me piena di cose da fare, ma pensavo che sarei riuscita a organizzarmi, invece sono finita nella centrifuga di una lavatrice, situazione decisamente non prevista e un po’ sfuggita al mio controllo, e circoletti ha rischiato di essere il calzino perso a fine lavaggio.

Poi mi sono ritrovata davanti un’attesa imprevista, un luogo familiare e le note del telefono a disposizione. Così questa settimana vi beccate queste righe, che non sarebbero dovute neanche esistere e invece ci sono.

Come un sacco di robe della vita che banalmente succedono e quindi esistono e diventano reali.

Sono nella sala d’attesa di un aeroporto, ma sono dall’altro lato, non vado da nessuna parte, perlomeno oggi, oggi attendo.

Attendo e penso, chè quando giri come una trottola e poi ti fanno fermare per forza il cervello non lo capisce e continua a frullare per conto suo.

Penso al microcosmo che sono, gli aeroporti, uno dei pochi luoghi della nostra vita in cui siamo costretti ad attendere per prassi, così si fa, funzionano così, con le ore passate tra i controlli e gli imbarchi senza potersi lamentare (anche se per quello un po’ di spazio c’è sempre), costretti a cercare un modo per occupare il tempo che non prenda troppo spazio nel bagaglio a mano che sennò ci tocca pagarlo.

Un tempo sospeso che possiamo cercare di evitare scrollando i social, o che possiamo accettare, vedendo quello che viene fuori tra uno sbuffo e un’occhiata all’orologio.

Oggi sono qui e propendo per la seconda ipotesi: provare a sentire tutto.

Sento soprattutto i ricordi, ma, più che altro, penso a quanti stati d’animo ho provato seduta sulle sedie in plastica degli aeroporti. Non ne ho visti così tanti, a essere sincera, non quanti avrei voluto, almeno, ma abbastanza per aver attraversato negli aeroporti quasi tutte le versioni di me che fino a oggi ho conosciuto.

Sono stata molto felice e molto triste, molto sola e in meravigliosa compagnia, ho pensato che forse non sarei dovuta partire, ho maledetto il biglietto di ritorno. Mi sono sentita, pienamente, sia quella che partiva, sia quella che tornava. Ho temuto di non essere adeguata a quello che stava per succedere nella mia vita, mi sono sentita come se non potessi essere in altro posto nel mondo.

Le attese degli aeroporti mi hanno fatto sentire viva, presente a me stessa, disposta a prendere per mano le mie paure e le mie speranze, insieme, e a portarle con me.

Ho provato a scappare, salendo su un aereo, mi sono riportata a casa, tenendo stretti tutti i miei pezzi, pure quelli che sembravano minuscoli, impossibili da tenere insieme.

Mi sono portata a cambiare aria, a guardarmi da un’altra prospettiva, a rimettermi in equilibrio, e ho capito quanto mi piaccia farlo e quanto mi senta bene quando lo faccio.

Forse non ha senso da fuori, quello che ho scritto oggi, però dentro ce l’ha, quindi pazienza.

La mia attesa oggi è finita e quindi finiscono qui pure queste parole.

A prestissimo, sediolina scomoda dell’aeroporto, aspettami, che io arrivo.

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