Avere cura

Avere cura

Ho partecipato a un incontro nei giorni scorsi, sono arrivata di corsa e in ritardo, me ne sono andata in ancitipo.

Non le migliori delle premesse.

Eppure c’è stato un momento in cui mi sono un po’ maledetta per aver avuto con me solo il telefono e non qualcosa su cui scrivere davvero.

Si parlava di cura e la relatrice ha detto una cosa tipo “quando la cura è buona, libera”.

Non crea dipendenza, non si sostituisce, sta lì, al fianco, porta un pezzetto.

Ho pensato a quanto questa idea di cura fosse calzante. A quanto a volte (spesso) si perda il focus e si sposti l’attenzione da chi riceve cura, da chi ha bisogno, a chi la dà. Nella folle idea di voler salvare il mondo e di pensare di poterlo fare davvero, si affibbia all’altro l’onere di farci realizzare in qualità di salvatori di non si sa bene cosa. Basta ci faccia salvare qualcosa così ci mettiamo la coscienza a posto.

Si perde pure il senso del curare: rendere liberi.

Per cosa si cura, se non per far sì che, nei limiti del possibile, ci sia sempre meno bisogno di qualcuno di esterno a curare?

Invece a volte sembra diventare solamente un altro campo di battaglia da conquistare, l’ennesima gara a chi ce l’ha più lungo, come direbbero i francesi. Una lotta, ancora, al predominio, all’emergere, al creare cose che dipendono da noi, come se questo ci desse una qualche sorta di linfa vitale.

Ma come facciamo, per quanto umanamente possibile, a evitare di rendere la cura una gara in cui primeggiare e in cui avveleniamo le buone intenzioni con l’idea che ci sia un traguardo da tagliare per primi? Io non lo so, ovviamente, però mi viene da pensare che la buona cura, quando la incontri, si riconosce e quindi si può osservare e imitare.

È vero, bisogna avere la fortuna di incontrarla, quella cura, ma bisogna anche essere disposti ad accoglierla per sé e a farla propria per poterla reimmettere nel mondo. Perché non è scontato lasciare che qualcuno si prenda cura di noi e tenga noi al centro e non è facile togliersi dal centro per metterci l’altro e prendersene cura, senza perdere se stessi, ma neanche il senso di ciò che si sta facendo.

Io, se penso alla parola cura ho in mente dei volti, precisi, con i loro nomi e cognomi.

Pochissimi, entrano nelle dita di una mano, che non mi hanno curata, ma si sono presi cura di me, insegnandomi al contempo come farlo da sola.

Con pazienza, dedizione, amore.

Fidandosi di me.

Con la speranza di vedermi libera, senza chiedermi nulla in cambio. Facendo semplicemente il tifo per me, spesso in silenzio, in disparte, talmente tanto restii a prendersi le attenzioni da non prendersi nemmemo gli oggettivi meriti.

Io l’ho imparato da loro il significato di quelle parole che ho sentito pronunciare l’altro giorno e che non ero mai riuscita a mettere a fuoco prima:

“La cura, se è buona, libera”

Ed è stato strano sentirle dette da una sconosciuta e pensare “eccovi, finalmente vi ho trovato”.

Le ho sempre sapute, conosciute quelle parole, dentro di me, sulla mia pelle, nelle mie ossa, perché è da quella cura che sono stata cresciuta, è da quella cura che ho imparato cosa significhi prendersi cura, avere cura. È da quella cura che sono diventata me. E quando in una cosa ci cresci, forse hai bisogno di tempo per saperla dire, ma ce l’hai addosso e nessuno te la può togliere, al massimo devi imparare a gestirla, a metterla in ambiti diversi, a esserne consapevole, ma fa parte di ciò che sei e quindi sai riconoscerla e, soprattutto, sai portarla con te.

 

 

 

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