Uscire dal temporale

Uscire dal temporale

“Sei appena rientrato da un temporale: non puoi aspettarti di essere subito asciutto, al caldo e comodo. Ma puoi fare piccole cose: toglierti i vestiti bagnati, accendere la caffettiera, avvolgerti in una coperta, un passo alla volta.”

Mi sono imbattuta in questa frase mentre scrollavo twitter e poi mi è rimasta lì in testa, o forse solo un po’ sotto pelle, ho continuato a pensarci per diverso tempo, ogni tanto tornava su tra i pensieri.

E quindi voglio provare a capire come mai.

È un po’ una sensazione, forse, quella di tornare a casa fradici e avere fretta di asciugarsi e riscaldarsi. Una sensazione, dico, perché quando mi capita di prendere la pioggia, quella reale, quando ci sono sotto, il pensiero del momento in cui sarò a casa, asciutta e al caldo, è una costante e anche una certezza.

In mezzo agli altri di temporali, invece, io la prospettiva dell’asciutto non ce l’ho mai avuta, mi sa. Penso di aver avuto la speranza, quella a cui forse mi sono aggrappata e che mi ha inconsapevolmente permesso di imboccare la strada per uscire dalla tempesta, ma la certezza che la pioggia sarebbe finita e che io sarei potuta tornare a essere asciutta e al sicuro, nella quiete, quella no, non penso di averla mai avuta nel mezzo del temporale.

E forse è anche per questo che poi, quando mi sono trovata fuori dalla pioggia, ho pensato che tutto il resto, i vestiti puliti, i capelli asciutti, le ossa che non tremavano più per il freddo, sarebbe venuto da sé. Accaduto come per miracolo, nell’immediato. Perché non ci avevo pensato, non mi ero neanche immaginata l’eventualità che la pioggia sarebbe cessata e quindi non mi ero preparata sul da farsi.

Senza aver avuto niente più di una flebile speranza che il temporale sarebbe finito, una volta terminata la pioggia avevo la pretesa che tutto tornasse al suo posto, subito e, soprattutto, in autonomia. Convinta pure che dopo la tempesta le cose potessero tornarci al loro posto.

“Un passo alla volta.”

Ho dovuto farci i conti, ma più che con il fatto che in un certo senso servisse tempo, con il fatto che fosse necessario agire, fare qualcosa, e che dovessi essere io a farlo.

“Un passo alla volta.”

Non dovevo ricostruire ponti e strade. Dovevo togliermi i vestiti bagnati e indossare quelli asciutti, accendere il camino, mettere su qualcosa di caldo da mangiare.

Dopo essere stati sotto la pioggia battente, le cose da fare sono piccole, perché ci si deve riabituare.

Ci ho messo talmente tanto tempo per capirlo, che forse è per questo che quando ho letto quella frase, così chiara e semplice, è stato come riabbracciare quella me spaesata che usciva dal temporale e passarle una coperta calda.

Finalmente.

Quando sei sotto quella di pioggia, pare che il mondo finisca lì, sotto quell’acqua, tra i colori opachi e l’aria pesante zeppa di umidità che pare una zavorra da portare sulle spalle. E manchiamo un po’ noi. Manca l’abbraccio di noi stessi, la nostra comprensione, il nostro conforto, perché pare quasi che più che concentrarci sul trarci in salvo, siamo lì a colpevolizzarci per esserci finiti nella tempesta, come se fossimo usciti durante un’allerta rossa.

Forse la pioggia inizia ad affievolirsi quando iniziamo a capire che possiamo perdonarci, pure, anzi soprattutto, per quelle colpe che ci autoaffibbiamo senza averle davvero.

Possiamo riservarci un po’ di comprensione, di pazienza, di gentilezza.

Possiamo toglierci i vestiti bagnati, accendere la caffettiera, avvolgerci in una coperta.

E poi ripartire e iniziare a ricostruirci, senza l’illusione che rimettere le cose a posto possa significare riportarle a come erano prima della tempesta.

Riportarci a come eravamo noi prima della tempesta.

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