Amare sè
Dopo la settimana scorsa pensavo di aver bisogno di un argomento facile per questa settimana, facile emotivamente, perlomeno, ed ero tranquilla perché stavo leggendo un libro di Dario Fabbri sulla geopolitica e domenica sono pure andata ad ascoltarlo dal vivo quindi pensavo “ottimo, qualcosa ci tiro fuori”.
E invece…
E invece riguardavo qualche appunto qua e là e non mi veniva di scriverci su niente. Avrei voluto, perché continuo a pensare che me la sarei cavata in modo abbastanza indolore, non perché sia un’esperta di geopolitica e simili e possa dire chissà cosa, ma perché mi sembra un terreno in cui io scivolo di meno, su cui mi sento meno in pericolo, meno a rischio.
Però continuava a ronzarmi in testa un video che avevo beccato su instagram di un tizio che non ho ancora ben inquadrato, che parlava dell’amore per se stessi.
E quindi, anche questa settimana ho capito che dovevo provare a capire come mai quei pochi secondi mi fossero rimasti in testa.
Potremmo iniziare una nuova rubrica: “Questo è cerchiamo di capirci qualcosa, cominciamo!”
(Su le mani fan di Morning).
Matteo Hussey, il suddetto tizio, parte parlando dei genitori. Un genitore ama (ovviamente in senso ampio, non di amore romantico) un figlio banalmente perché è suo figlio, non perché abbia particolari meriti. E quello che dice poi è che dovremmo provare ad applicare questo modello con noi stessi. Pensarci come se fossimo il nostro neonato da accudire, come se il nostro compito fosse, semplicemente, prenderci cura di noi stessi.
Senza condizioni.
Semplicemente…
Crescendo, almeno io, mi sono chiesta se ci siano stati momenti in cui io mi sia riservata un po’ di quell’amore incondizionato, quello che non ha bisogno di meriti o ragioni particolari per essere ricevuto. Non dico sempre, ma ecco, almeno qualche volta. Almeno quelle volte in cui sarebbe stato più necessario.
Un po’ di gentilezza, un po’ di pazienza, un po’ di comprensione. Forse sarebbe bastato questo.
Un abbraccio ogni tanto.
È una grande banalità, ma mi pare pure abbastanza reale il fatto che tendiamo a essere molto più comprensivi con gli altri che con noi stessi.
Nelle relazioni con gli altri gli vogliamo bene e li amiamo per quello che sono, come esseri umani, non per, che ne so, il lavoro che svolgono o per quante cose riescono a fare in una giornata. Sono loro e tanto basta. Quando ci guardiamo allo specchio, invece, pare sempre che ci sia un test da superare per ricevere il nostro stesso amore. Come se ce lo dovessimo meritare.
A volte me lo chiedo quand’è e com’è che impariamo a mettere delle condizioni al nostro amor proprio. Quando e come il meccanismo si inceppa. Perché.
A questa domanda non so se avrò mai risposta e, per quanto forse sia fondamentale capire da dove vengono le cose, forse c’è anche un’altra via per imparare a prendersi cura di se stessi, ad amarsi senza condizioni: iniziare a farlo.
Non dico che sia una via semplice, figuriamoci.
Quello che intendo è: iniziare a prendersi cura del sé di adesso, ma soprattutto, forse, prendersi cura da adulti di ciò che si è stati.
Di quei bambini, quei ragazzini, quegli adolescenti che non sapevano a chi chiedere una mano o come farlo e si sentivano persi e un po’ soli e adesso stanno lì e ogni tanto battono i piedi per cercare di attirare la nostra attenzione adulta su di loro. Adesso che possiamo farlo, vogliono indietro un pochino di attenzione. E di cura.
O forse non vogliono la nostra attenzione, vogliono solo che ci ricordiamo che noi quelli lì siamo stati e che anche se all’epoca non sapevamo da che parte prenderci, siamo ancora in tempo per tenderci una mano e giocare nella stessa squadra senza che uno dei due faccia sempre autogol all’ultimo minuto del recupero. Perlomeno non in tutte le partite.
Come si faccia non lo so, ma alla fin fine avevo solo detto che mi pareva ci fosse un’altra via, mica che sapevo come percorrerla!