La teoria del gorgonzola

La teoria del gorgonzola

A un certo punto della mia vita, più o meno al secondo anno di università quando tendevo a mettere il gorgonzola su tutto, ho elaborato una teoria: diventi adulto quando inizia a piacerti il gorgonzola.

Fine della teoria, così, semplice.

Come dite? Non a tutti piace il gorgonzola? Mi dispiace, qui non parliamo di e con adulti con cattivo gusto.

In realtà, però, uscita anagraficamente dall’adolescenza, ero probabilmente alla ricerca di qualcosa che sancisse in modo chiaro e netto l’effettivo passaggio all’età adulta. Qualcosa di identificabile e misurabile, che non lasciasse troppo spazio ai dipende, alle sfumature, alle interpretazioni.

Diventando adulta davvero, poi, ho capito che questo passaggio ha molto più a che fare col colore grigio che col gorgonzola.

E col fare pace col fatto che di cose nette che non lasciano spazio ai dipende, alle sfumature e alle interpretazioni ce ne sono poche, pochissime.

Da adolescenti dobbiamo capire chi siamo, il bianco e il nero ci servono, abbiamo bisogno di quei “io questo non lo farò mai”, “io non diventerò mai così”, “io questo non lo concepirò mai” perché per costruirci abbiamo bisogno di qualcosa che sia fisso e netto, con dei margini ben delineati. Aprirci subito a tutte le sfumature del possibile mentre siamo in quel vortice che è l’adolescenza forse sarebbe addirittura controproducente. Crescere invece significa capire che il mondo e le persone sono le loro sfumature, una scala di grigi più o meno intensi, ma quasi mai netti.

Da adulti si dovrebbe saper navigare nei dipende, non si dovrebbe più avere il costante bisogno di dividere il mondo in bianco o nero, sempre o mai, noi o loro. Si dovrebbe forse essere sufficientemente consapevoli di sé, da non sentirsi messi in pericolo dalle decisioni degli altri, dai loro stili di vita, dalle loro scelte. A volte neanche dalle proprie. Si dovrebbe essere disposti ad accettarle, nel senso di provare a capirle e indagarle, non per giustificarle, ma per coglierne le sfumature e così conoscere meglio anche se stessi e vedersi frastagliati e meravigliosi come le coste della Scozia, anziché dritti e squadrati come i confini degli stati africani, tirati col righello dai colonizzatori.

Poi comunque i bianchi e i neri continuano a esistere, anzi forse più che continuare a esistere a un certo punto tornano, dopo un periodo in cui, forse un po’ per abituarci, pensiamo che sia proprio tutto tutto tutto una sfumatura di grigi. Però sono numericamente meno, anche se forse sono pure più netti, ma quel netto dovuto dalla consapevolezza. O perlomeno, per me è così e mi pare che possa avere senso.

Mi è capitato spesso di pensare a quali fossero i miei “bianco o nero”, che poi altro non sono che una qualche sorta di pilastri, e tutte le volte sono giunta agli stessi. Sono pochissimi e penso che attraverso di loro poi si definiscano un po’ le sfumature dei miei grigi, ciò in cui credo (e il modo in cui lo faccio) e forse anche un po’ chi sono e come voglio esserlo.

Quei “bianco o nero” sono l’indirizzo dei miei grigi, segnano la rotta, come una sorta di bussola.

L’intensità dei vari grigi può variare, quelli invece dubito che possano farlo.

Sono, in un certo senso, le lenti attraverso cui vedo il mondo, ma essendo numericamente pochi e avendoli realizzati e messi a fuoco quando ero già adulta e avevo già scoperto, ma soprattutto accettato, i grigi, non fanno da barriera, non limitano, anzi forse ampliano, aprono anziché chiudere, nonostante la loro nettezza, perché non sono frutto di una qualche paura, non servono per difendere qualcosa che altrimenti rischierebbe di infrangersi, guidano, danno la traiettoria, orientano. Perché va bene aver compreso e accettato di essere in un oceano e non in una piscina per bambini, ma in mare aperto una bussola serve, altrimenti ci si perde.

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