Grovigli

Grovigli

Quando ero molto piccola avevo paura delle persone anziane, non so come mai, non mi pare che qualche vecchietto mi abbia mai rubato la merenda e in realtà non ricordo neanche questa paura, me l’hanno raccontata quando ero adolescente. Forse sarà stato perché da piccolissima avevo una bisnonna che stava sempre seduta sul divano di casa di mia nonna e mi pare di ricordare che non avesse in volto un’espressione molto amichevole. È l’unico collegamento che trovo, perché mia nonna che in estate mi minacciava col venco è venuta dopo e non era neanche anziana.

Ai bambini capita di avere paure che agli adulti sembrano strambe, però sono paure definite. Non nel senso che siano logiche (quanto lo è la paura?), ma nel senso che abbiano dei confini definiti e dentro quello spazio abbiano un colore definito; tu le guardi, magari non ne capisci la ratio, ma lo vedi che è una paura.

Il buio, i mostri sotto al letto, gli anziani.

Qualsiasi cosa, magari incomprensibile all’esterno, ma pur sempre chiara.

Quando sono cresciuta, poi, ho smesso di avere paura degli anziani, ho iniziato ad avere altre paure, spesso ugualmente irrazionali e spesso altrettanto definite.

Poi però, a un certo punto, hanno iniziato a spuntare delle paure meno definite, meno nitide. E parevano a tratti pure più intense di quelle che da bambina sembravano così assolute. Però erano ibride.

Io alla paura reagisco facendo, l’ho capito guardandomi indietro e pure un po’ dentro. Se la paura è nitida, definita, chiara, io faccio e così ho sempre paura ma un po’ la tengo a bada. Agire mi aiuta a controllarla o perlomeno a credere che non possa prendere il sopravvento.

Quando invece la paura è ibrida, quando non la riesco bene a incasellare, perché oltre alla paura c’è altro, anzi, quando è soprattutto altro, io mi paralizzo.

La praticità e la pragmaticità che mi hanno sempre salvato da tutto, pure dalla paura, sembrano sparire, non so in che angolo di me si vadano a nascondere.

Impietrite, sopraffatte, spaventate.

E io non so più a cosa appigliarmi e mi sento pure un po’ scema, perché forse quella paura è qualcosa di simile all’altra faccia del desiderio, perché forse sono cresciuta con l’idea che quando qualcosa che si è a lungo pensato, coltivato e coccolato solo nella propria testa poi si realizza nella realtà allora c’è posto solo per la gioia, la felicità, la soddisfazione.

E forse era un’illusione.

Cioè, di sicuro lo era.

Perché quando qualcosa che viene così tanto accudito, desiderato, sperato dentro poi succede nel mondo fuori di noi, ecco forse un po’ terrorizza e fa tremare le gambe. E forse è pure normale che sia così.

Cioè non lo so se sia normale, so che a me capita così.

Una volta una persona mi ha detto che “non abbiamo paura di fallire, abbiamo paura di brillare” e mi sa che c’aveva ragione e che questa sfumatura di paura si adatta a un sacco di cose della vita adulta.

Abbiamo paura di brillare, abbiamo paura dei sì, abbiamo paura delle cose belle che ci possono succedere.

Alla fine dei conti, abbiamo pure un po’ paura della felicità mi sa.

Non lo so se è perché, come tanti dicono, temiamo che poi quelle cose finiscano, però non mi convince come spiegazione.

Non so neanche perché crescendo poi la paura si mischi così ai desideri, così tanto da rendere difficile riuscire a separarli.

E in fondo forse solo a me pare così, ma quando guardo ciò che desidero, io mi sento un groviglio di paure e insicurezze.

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