(Stare) nel tempo

(Stare) nel tempo

A volte il tempo sembra una condanna imminente, come se si stesse lì ad attendere la sentenza di un processo per cui si sa che si verrá condannati. A x anni avrò fatto, a anni sarà tardi, a anni avrei voluto fare.

Che poi è quasi sempre più un dovuto che un voluto.

Questo senso del dovere che sta lì, come l’avvoltoio sulla spalliera di Panariello, non si sa chi ce l’ha messo, ma evidentemente ci si trova bene perchè non si sposta.

Una specie di imposizione dettata da quella cosa che chiamiamo società, che non ha a che fare con l’idea che ci siano cose adeguate alle, chè quello alla fine ci sta, ha un senso, ma che ci condiziona in modo profondo perchè ci fa pensare che esista un solo tempo.

E invece a un certo punto a me è sembrato di capire che effettivamente c’è un tempo condiviso con gli altri per poter vivere in società (mesi, ore, anni), ma c’é anche un tempo individuale che è diverso e distinto. Come se, appunto, il tempo non fosse solo uno. Ho sentito che esistesse un tempo più profondamente connesso con ciò che siamo stati. Con ciò che crediamo della vita, ma soprattutto con ciò che intimamente siamo, che è un’altra storia rispetto a ciò che vorremmo essere, perchè è una piccola o grande montagna da scalare quella di riuscire a distinguere nitidamente ciò di cui è composta l’idea di ciò che vorremmo essere.

Quanto siamo influenzati da ciò che viene da fuori e che riesce a scavalcare ciò che viene da dentro.

Mi sono resa conto di quanto spesso io mi sia sentita fuori tempo, come fossi uno strumento scordato in un’orchestra, proprio perchè non riuscivo a distinguere ciò che era fuori da ciò che era dentro.

Però a un certo punto ho realizzato che di questa concezione del tempo, in realtá, non me ne fregasse niente.

È successo in un momento preciso della mia vita, ora che lo guardo a distanza ne distinguo nitidamente i contorni. È stato un momento a cui ho avuto l’accortezza, totalmente inconsapevole, di arrivare un po’ preparata. Stremata, ma non abbastanza da non capire che una preparazione servisse. Una preparazione in itinere, che non si sarebbe esaurita nel pre, ma che mi avrebbe permesso di non esaurirmi io.

Non è stato subito chiaro, nè tantomeno ha subito riguardato tutti gli aspetti della mia vita; quella sensazione di sentirmi fuori tempo è tornata spesso a percorrermi la colonna vertebrale, a farmi rabbrividire, a farmi sentire fuori luogo.

Ma ultimamente ho iniziato a chiedermi se questo sentirmi fuori tempo non fosse solamente più una qualche sorta di rimasuglio di quel senso del dovere esterno che è lì da talmente tanto tempo che riconoscere di averlo lasciato andare mi spaventa quasi.

Anzi, senza quasi.

Era comunque qualcosa che per quanto ingombrante faceva da scudo, uniformava, faceva sentire parte di qualcosa. Sembrava come una protezione e forse per lungo tempo lo è anche stata, perchè mi ha permesso di non chiedermi troppo spesso perchè dovessi sempre sentirmi quella diversa, in toto oppure nelle varie situazioni specifiche.

Ed è difficile riconoscere che sia ora di lasciar andare un pezzo di noi che ci è stato comunque così utile. Io mi ci sento quasi in colpa, mi sento un’ingrata.

Però ora che ho capito che quella corsa ad aderire all’idea che la societá ha del tempo non è giusta, perlomeno per me, fosse anche solo perché sarebbe la cronaca di una sconfitta annunciata, non posso più fingere di non saperlo e di non crederci. Perchè quello che mi interessa e mi appartiene è stare nel tempo.

Nel mio.

Quello che tiene conto delle variabili della mia vita. Quello che sa cosa c’è stato, quello che conosce i perchè, o perlomeno sa dove andare a cercarli.

Quello che sa riconoscersi.

Quello che mi tiene in considerazione.

Quello che sa riconoscermi.

 

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