Le cose da salvare dal naufragio
Da qualche anno ho abbandonato quell’idea un po’ assurda che avevo di non dovermi portare i libri che leggevo da un anno all’altro; dovevo finire quello che avevo in lettura prima della fine dell’anno e iniziarne uno nuovo con l’inizio dell’anno nuovo. Come se il 31 dicembre fosse uno spartiacque vero, come fosse una frontiera.
Poi quest’idea bislacca se n’è andata (forse perché comunque era una cosa che non realizzavo mai? Può essere) e quindi mi viene più da pensare all’ultimo libro che decido di iniziare prima della fine dell’anno come a un traghettatore: quale storia mi sarà al fianco nel passaggio dall’anno vecchio a quello nuovo?
Quest’anno è stato Il colibrì di Sandro Veronesi.
Ce l’avevo da qualche anno sulla libreria, ma forse qualche parte di me sapeva che dovevo attendere per leggerlo, perché prima di poterle leggere, certe cose avrei dovuto capirle, perché altrimenti non ci avrei creduto.
Capirle prima, leggerle dopo, per essere sicura di averle capite davvero, una sorta di prova del nove della consapevolezza.
“- Se lei si occupasse di Miraijin con il vuoto nel cuore, le trasmetterebbe quel vuoto. Se invece quel vuoto cerca di riempirlo, e non importa se ci riesce o no, basta che lei cerchi di riempirlo, allora le trasmetterà quello sforzo, e quello sforzo, semplicemente, è la vita.“
Ecco, io avevo bisogno di leggerlo, avevo bisogno di sentire, dalla voce di qualcun altro, da una storia che non fosse la mia, cosa fosse la vita.
Non servono forse a questo, i libri?
È quello sforzo che facciamo per non essere fagocitati dal vuoto, per far sì che quel vuoto resti una parte della vita, ché i vuoti non si cancellano, ma che non diventi tutta la vita; perché la vita non è una sineddoche e non c’è una parte che possa valere per il tutto, ma, al contempo, per far sì che il vuoto non si prenda tutto lo spazio, non è necessario che il vuoto sparisca o che si riesca a riempirlo fino all’orlo, che sarebbe il tentativo di camuffarlo.
Ma il tentativo di riempirlo un po’, di evitare che si allarghi troppo, provarci come il martin pescatore che trasporta nel becco l’acqua per spegnere l’incendio senza la pretesa di far altro che la sua parte, lì è la vita. È in quello sforzo che il vuoto non ci fagocita.
E mi sa che è vero, la vita è proprio quella roba lì, quello sforzo di riempire il nostro vuoto. Perché il vuoto si riempie col bello, con le passioni, con i desideri.
Pure con ciò che di quelle cose resta “perché anche nella situazione più disastrosa i desideri e i piaceri sopravvivono. Siamo noi che li censuriamo.”
Forse sopravvivono acciaccati, schiacciati, mutilati.
Però resistono.
E sono lì ad attendere che troviamo il coraggio di fare quello sforzo di vita che è proprio vivere nonostante il vuoto, senza sapere se ce la faremo e proprio per questo alla fine sarà un successo, perché non ci saremo arresi, pure se ne avremmo avuto tutte le ragioni del mondo. Anzi, forse proprio un bel pezzo di mondo avrebbe accolto con comprensione la nostra resa. Perché non è facile vedersi ricordare che si può scegliere lo sforzo della vita, si può cercare il modo di non arrendersi alle brutture del mondo, si può provare a salvare un po’ di bello, a sceglierlo.
Nonostante sia difficile e faticoso, scegliere la vita.
“- Ti piace giocare a pallone? Giocaci. Ti piace camminare in riva al mare, mangiare la maionese, dipingerti le unghie, catturare le lucertole, cantare? Fallo. Questo non risolverà nemmeno uno dei tuoi problemi ma nemmeno li aggraverà, e nel frattempo il tuo corpo si sarà sottratto alla dittatura del dolore che vorrebbe mortificarlo.
– E io che dovrei fare?
– Non lo so, sono cose complesse, non si possono dire al telefono. Ma, di base, deve tenere a mente che lei è fragile, in questo momento, che è in pericolo. E deve cercare di salvare dal naufragio tutte le cose che le piacciono.”