L’indifferenza non tende il braccio destro

L’indifferenza non tende il braccio destro

A Torino per avere il rinnovo del permesso di soggiorno si sta in fila per giorni fuori dall’ufficio dedicato che apre due volte a settimana e fa entrare 50 persone al giorno. Funziona così a Torino, ma non funziona così solo a Torino; funzionava così, con le file interminabili, pure quando a dover ottenere il rinnovo del permesso di soggiorno erano i francesi, che se erano bianchi si sentivano pure dire “ma lei che ci fa qui?”, solo che all’epoca non c’era internet, le prenotazioni online e tutto il pacchetto che, in teoria, sarebbe molto utile per evitare di doversi accampare con le tende da campeggio fuori da un ufficio pubblico come fosse la venue del prossimo concerto di Taylor Swift.

Funziona così da decenni, ma è piuttosto raro che si sappia. Lo sanno i diretti interessati, che a volte arrivano a perdere il lavoro per riuscire a stare lì ad attendere di poter avere un appuntamento, lo sanno gli impiegati che in quegli uffici lavorano e che no, non fanno una bella vita a lavorare in quelle condizioni, lo sanno pochi altri, perché ogni tanto queste notizie bucano quel velo che separa noi da loro ricordandoci che siamo tutti vicini di casa.

Indignati (giustamente) per il discorso di insediamento di Trump e per il saluto romano di Musk, ma non per la vita immotivatamente complicata, degradante e pure umiliante del nostro vicino di casa.

Non perché si debba scegliere una sola delle due cose, o ci si preoccupa del mondo o del vicino di casa, ma perché a volte ho la sensazione che ci faccia comodo guardare solo l’immagine grande, il mosaico nel suo complesso, anziché le singole tessere.

Anzi, parlo per me, ho la sensazione che mi faccia comodo.

Stare lì a pensare a quanto l’asticella del pubblicamente accettabile sia spostata verso l’alto, a quanto certe cose siano diventate normali, a quanto tempo si investa nella moviola di un gesto inequivocabile, mentre dei semi di quel male teorico sono già sbocciati nella vita quotidiana nostra e dei nostri vicini di casa, a piccole dosi, senza clamore, dietro la maschera della burocrazia, dell’organizzazione, della gestione.

Un insieme di piccoli dettagli che contribuiscono a dividere le persone, a isolarle, a farle sentire estranee al mondo in cui di fatto vivono. Diverse, marginalizzate, escluse.

Tante piccole cose che sommate danno come risultato una vita peggiore di quello che potrebbe essere, senza alcun motivo.

Non è dover fare la fila il punto; è che non dovrebbe essere necessario. Anzi, non è necessario, non c’è un motivo ragionevole per cui non si possa poter prendere l’appuntamento online e presentarsi solo il giorno in cui si accederà effettivamente al servizio pure a una determinata ora, se proprio vogliamo esagerare.

Il sistema, per come funziona ora, ha il solo risultato di peggiorare la vita delle persone, di dividerle  tra quelle che possono fare cose normali come prenotare un appuntamento online per accedere a un servizio e che lo danno legittimamente per scontato, e quelle che senza alcun motivo non lo possono fare.

Non è forse questo uno dei tasselli che compone il mosaico di quel mondo peggiore che tanto ci spaventa? Non è già questo quel mondo? Quello della nostra indifferenza?

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