Chissà, domani

Chissà, domani

Ho spesso pensato al futuro quando avevo bisogno di un rifugio, soprattutto nei miei momenti peggiori era consolatorio pensare che tra uno, due, tre anni sarebbe andata meglio, che quando avessi raggiunto questo o quell’obiettivo sarei stata bene, sarei stata felice.

Tendenzialmente erano obiettivi per cui non stavo facendo niente, me li immaginavo lì davanti come una sorta di promessa di felicità, come se il futuro potesse essere in grado di portarli nella mia vita, come se avere quelle cose potesse essere garanzia di benessere.

Anche se capitava che alcune di queste cose fossero proprio impossibili, io continuavo a coccolarne il pensiero, come se isolarmi in quel mondo in cui le cose impossibili diventavano realizzabili potesse consolarmi del fatto che il mio mondo reale fosse diverso. Invece, a conti fatti, penso che peggiorasse pure la cosa, perché il reale rimaneva invariato ed era lì che io stavo male.

Tra le tante cose che mi hanno aiutata a iniziare a cambiare atteggiamento c’è stato il realizzare che il futuro non ha potere di per sé sulle cose che accadono e che facciamo.

Il futuro fa solo una cosa, egregiamente, da anni, da sempre: esiste.

Quando l’ho realizzato ne sono rimasta quasi delusa, ma in realtà che il futuro esista è l’unica certezza che effettivamente ci serve per fare del futuro e nel futuro quello che vogliamo.

Possiamo adoperarci oggi per qualcosa che vedremo realizzarsi domani, perché sappiamo che il domani esisterà. È sempre stato così: dopo oggi c’è domani. Quello che non sappiamo per certo è cosa saremo noi domani. Per fortuna. Perché significa che possiamo crearci come vogliamo. Il futuro che graniticamente esiste ci dà la possibilità di esistere anche noi. Ci garantisce che il campo da gioco c’è oggi e ci sarà domani; possiamo scegliere a che gioco giocare, con chi, per quanto tempo.

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