Perché Sanremo è Sanremo (e democristiano)

Perché Sanremo è Sanremo (e democristiano)

In questi giorni stavo pensando a cosa scrivere oggi, avevo anche trovato uno spunto da cui forse sarebbe uscito qualcosa di accettabile. Avevo anche in testa il fatto che forse era il caso di riparlare di Palestina; se frequentate con una qualche regolarità questo posto vi sarete accorti che è per me un tema ricorrente. Nell’impotenza che mi sento addosso su questo tema mi sembra che almeno continuare a parlarne sia il minimo sindacale, ma comunque avevo deciso che non ne avrei parlato questa settimana, perché avrei rischiato di farmi sopraffare dalla rabbia, di non essere lucida, di fare la caccia alle sparate di Trump finendo per fare il suo gioco, il loro gioco.

Poi ieri sera ho visto Sanremo e ho capito che erano sufficienti loro a fare i democristiani, a fare la cosa che a noi occidentali riesce meglio di fronte ai dammi del mondo (e cioè cantare Imagine), a cercare di lavarsi la coscienza con un duetto.

Quindi eccoci qui, a cercare, perlomeno, di mantenere un minimo di consapevolezza su ciò che accade in Palestina e a fare l’unica cosa che tutti possiamo davvero fare: non farci trattare da deficienti.

Innanzitutto, un punto fermo: in Palestina non c’è una guerra. Per esserci una guerra devono esserci due eserciti e non è questo il caso, in Palestina, da decenni, è in corso un tentativo di genocidio che negli ultimi anni, in diretta instagram, si sta inequivocabilmente realizzando.

Ciò detto, brevissimo riassunto per non dare per scontato nulla, ieri sera durante la prima serata del Festival di Sanremo Noa e Mira Awad, presentate come una cantante israeliana e una palestinese, hanno cantato Imagine, esibizione preceduta da un videomessaggio del Papa.

Che bel messaggio di pace.

Più o meno.

Mi vengono in mente almeno due motivi per cui questo duetto sia stato niente di più di una squallida pagliacciata per lavarsi la coscienza.

Per prima cosa, le cantanti. Chi sono? Noa, la cantante israeliana, canta per la pace, ma vive in un kibbutz, che non è un sinonimo di villaggio, ma di colonia israeliana nei territori palestinesi in cui c’erano dei villaggi che sono stati distrutti per far posto agli insediamenti israeliani. Non penso sia necessario aggiungere altro.

Mira Awad, presentata come palestinese, è drusa, ha radici palestinesi ma ha la cittadinanza israeliana. Tra le altre cose, giusto per aggiungere un po’ di contesto, i drusi servono nell’esercito israeliano e sono cittadini israeliani, pure se cittadini di serie b perché non ebrei (non entreremo qui nel paradosso del fatto che la più grande democrazia del Medio Oriente non preveda uguaglianza tra i suoi cittadini). Comunque, strana scelta per rappresentare il popolo palestinese.

Presentare un duetto di queste due cantanti come un inno di pace tra due i due popoli mi pare quantomeno fuorviante.

Ma non è questa, ovviamente, la cosa che secondo me meriterebbe più attenzione.

C’è in corso un genocidio.

Sta succedendo ora, sotto ai nostri occhi.

Succede mentre io scrivo queste parole, mentre voi le leggete, mentre cuciniamo, pranziamo, andiamo al lavoro e in palestra.

Succede mentre decidiamo cosa fare nel fine settimana, quali canzoni ascoltare su spotify, che film guardare, dove andare in vacanza.

Succede mentre guardiamo Sanremo e ridiamo dei meme.

Accade che mentre noi viviamo le nostre semplici vite, qualcuno decide, seduto dietro a un bel tavolo con qualcuno che gli versa l’acqua nel bicchiere, come sterminare un popolo.

Non so se vi è mai capitato di visitare la casa della conferenza di Wannsee. È una villetta molto bella, tra altre villette molto belle, affacciate sul lago di Wannsee alle porte di Berlino. Quando la vedi da fuori pensi alla fortuna di chi in case del genere ci passa le vacanze; quando entri, vedi il tavolo intorno a cui si è discusso e deciso lo sterminio degli ebrei d’Europa.

Certe decisioni oscure si prendono in luoghi estremamente luminosi.

Ecco, faccio questo esempio perché so che arriva dritto al punto, ieri sera non vi è sembrato come se nel 1941 qualcuno avesse invitato a duettare un cantante tedesco e uno ebreo? Un segnale di distensione tra due popoli, peccato che uno fosse carnefice e l’altro vittima, che un anno dopo quelli rappresentati da uno sarebbero stato seduti intorno a un tavolo di una bella villetta affacciata sul lago a decidere il metodo più efficace ed efficiente per sterminare quelli rappresentati dall’altro.

C’è in corso un genocidio e noi mettiamo sul palco quelli che dovrebbero essere i rappresentanti di chi il genocidio lo sta perpetrando e di chi il genocidio lo sta subendo a cantare insieme come se fossero due bambini che hanno litigato a scuola.

Non c’è pace senza giustizia. Non ci sarà mai. E il primo passo verso le giustizia è avere il coraggio di distinguere con chiarezza il carnefice dalla vittima.

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