Ho preso un caffè con la me di…
Ho preso un caffè con la me diciassettenne, ce l’ho preso ieri sera e, innanzitutto, non abbiamo preso un caffè; lei pensa ancora che abbia un sapore sgradevole, io sono già in quella fase in cui non posso bere caffè dopo le 16.
È iniziato così l’incontro con le me diciassettenne, ho preso l’idea dai tantissimi post che iniziavano così e che ho visto sui social nelle ultime settimane. Non so se quelle persone abbiano davvero riportato online ciò che si sono detti con il sè del passato, in una conversazione molto intima per forza di cose, io non lo farò. Ha già storto il naso quando le ho detto che abbiamo aperto un blog da cui trapela qualcosa di noi, molto spesso più di qualcosa.
Mi è sembrata interessante l’idea, comunque, di far incontrare due versioni di noi stessi lontane anagraficamente e forse non solo, ma che sono comunque sempre noi.
Qualche anno fa non so se avrei avuto il coraggio di farlo, probabilmente no, perché non avevo ancora capito bene cosa fosse mancato a quella ragazzina, ma, soprattutto, non avevo capito cosa avrei potuto fare scoprendolo. Non avevo capito come consolarla.
E forse non l’ho capito bene neanche adesso.
Le ferite dell’adolescenza sembrano spesso non riuscire mai a rimarginarsi e a guardarle si ha paura anche solo di avvicinarsi, come se quello strato sottile di pelle che ci è cresciuta sopra potesse immediatamente lacerarsi e la ferita tornare a sanguinare.
L’ha già fatto così tante volte senza che ne fossimo consapevoli, che ora che ce ne rendiamo conto guardiamo a quelle ferite dalla cicatrizzazione incerta con ancora più timore.
Da adolescenti capita spesso di farsi avvicinare solo dai propri simili, forse è per questo che a tratti quella ragazzina mi guardava come fossi un’aliena. Per fortuna non mi ha ricordato cosa pensavamo saremmo state, superati i 30 anni.
Però, se l’avesse fatto, ora ci avrei fatto una risara sopra; qualche anno fa, invece, ne sarei stata mortificata, avrei sentito il peso di una qualche sorta di fallimento.
Inesistente, adesso lo so.
E per questo ora avrei continuato a sorridere.
E forse è di questo sorriso che hanno bisogno quelle ferite e anche dell’abbraccio in cui l’ho stretta, quella ragazzina così restia al contatto fisico. Però l’ho sentita abbandonarsi un attimo sulla mia spalla mentre la abbracciavo.
Meglio dell’acqua ossigenata.