Quant’è tosta, la primavera

Quant’è tosta, la primavera

Ieri mi sono imbattuta in una frase di Dickens, diceva:

“Era uno di quei giorni di marzo in cui il sole splende caldo e il vento soffia freddo: quando è estate nella luce e inverno nell’ombra.”

Ecco, ieri sera era proprio una di quelle giornate, col sole limpido e caldo e il vento gelido e pungente. Sono uscita a piedi, per sentirli bene entrambi sul viso.

L’aria fredda che si infrange sulle guance risveglia un sacco di roba, e pure i primi soli di marzo lo fanno.

Sono quelle di inizio primavera, le giornate che ti fregano, non solo per l’influenza. Forse perché siamo ancora infagottati in quel modo che abbiamo di proteggerci dal freddo e al contempo tenerci insieme. Ci teniamo al caldo tutti, non solo per proteggerci dal freddo metereologico. E quando arrivano le prime giornate di sole un pezzo di noi, quello in superficie, pensa a spogliarsi e a mettere il viso al sole, quello più giù, nel profondo, trema all’idea di dover uscire.

È balorda, la primavera che arriva con tutto quel suo rinascere.

La natura, i colori, e pure le persone che tornano a proiettarsi all’esterno, in attesa dell’estate. A volte ho la sensazione che la bella stagione sia d’aiuto, una sorta di via di fuga abbastanza agevole per proiettarsi verso il fuori. Io però non sono mai stata così brava ad auto convincermi, a distrarmi.

Sarà che sono timida e la prospettiva del proiettarmi fuori, nella leggerezza dell’estate, non mi è mai sembrata così allettante.

Ci sono state poi primavere in cui dal sole mi sentivo quasi presa in giro, i fiori che sbocciavano mi sembravano uno scherno, il cinguettio degli uccellini una risata sarcastica. Sono quelle primavere in cui speri che il sole ti faccia schiudere, come fa coi fiori di ciliegio, che ti riscaldi e invece ti fa solo sentire di più il freddo del vento, quell’inverno che resiste nell’ombra, in quei meandri arrovellati dell’anima dove il sole difficilmente riesce ad arrivare, perché prima va sciolta la matassa, filo per filo, allentato l’inghippo, capito quale filo andava tirato per evitare di stringere di più tutto l’insieme.

E per farlo serve coraggio. Serve fatica. Serve offrirsi l’opportunità di stare meglio. Concedersi la possibilità di credere che si possa stare bene. Pure se si è dovuto attraversare il mare in tempesta su una zattera, da soli, al freddo.

È per questo, secondo me, che la primavera è tosta, perché ci ricorda che possiamo stare bene, perlomeno provarci.

Possiamo stare bene nonostante.

Nonostante l’inverno.

Nonostante le piogge.

Nonostante la siccità.

Pure nonostante i pezzi di vita che ci sono toccati in sorte.

È doloroso e rivoluzionario capire di poter rifiorire, nonostante tutto. Di poter contribuire alla propria rinascita, senza dover aspettare qualcuno che agisca per noi.

È doloroso, rivoluzionario e faticoso imparare che si può rifiorire tante volte. Ma che belli che sono i raggi del sole poi.

2 pensieri riguardo “Quant’è tosta, la primavera

  1. Hai parlato con parole che potrebbero essere mie.
    Che sento mie.
    Ho sempre definito giorni come questi “soli gelidi di vento”.
    È bello sapere che ci siano anime affini alla mia, anche se la persona reale è a me sconosciuta.

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