L’adolescenza degli altri
Ho guardato Adolescence su netflix, quattro puntate da meno di un’ora l’una; intense, tutte in modo diverso, con una costellazione di argomenti che forse meriterebbero una puntata ciascuno.
O forse no, non necessariamente.
Perché questo frammento composito di vita offre uno spaccato della complessità della vita reale e quotidiana. Al netto della tragedia estrema (spero) che viene raccontata, mi ha dato proprio l’idea di come nella vita le cose succedano velocemente, i piani si sovrappongano, sembri sempre mancare un pezzo.
Succede una cosa nella serie, ma noi non la vediamo accadere, vediamo solo il dopo; non tanto il dopo in cui si cerca di capire cosa sia successo, quello si rivela chiaro sin da subito anche se si fatica a crederlo. Il dopo in cui ci si chiede come sia potuto succedere. Perché sia successo.
Guardando la serie, forse pure per una questione anagrafica, mi sono ritrovata a pensare a quanto in realtà parlasse di adulti e non di adolescenti.
Adulti che arrancano, spaesati, fagocitati dall’adolescenza dei ragazzi che dovrebbero educare, guidare, accompagnare.
Adulti in balia di un’adolescenza non loro che non hanno idea di come gestire.
Mi era già successo guardando La sala professori di essere colpita dall’immagine che emerge di noi adulti dai contesti scolastici.
Mi ha colpita molto un’immagine in particolare dell’ambiente scolastico: due cartelloni, uno in cui si faceva riferimento alla varietà di possibilità che i ragazzi hanno, e un altro in cui si evidenziava come una maggiore cura nel linguaggio porti a un cambiamento di mentalità.
Tutto giusto, tutto carino.
Ma uno studente tredicenne è accusato di aver ucciso a coltellate una compagna di classe.
Non è dissonante?
Non sembra un po’ una versione del vecchio detto “chiudere la stalla quando i buoi sono scappati”?
Dietro questa storia si muove un mondo di relazioni online che non solo è sconosciuto agli adulti, ma che questi non immaginano neanche possa esistere e con il proseguire della storia mi è sembrato che questa sorta di doppio mondo emergesse sempre di più.
Mi sono chiesta cosa renda possibile l’esistenza di questi mondi paralleli, di questa dissonanza.
Questa sensazione per cui gli adulti non ci stiano capendo niente e al contempo non abbiano idea di come provare a capirci qualcosa; concentrati sui dettagli quando il quadro complessivo sembra Guernica.
Ci pensiamo mai, noi adulti, che sia nostra responsabilità capirci qualcosa?
L’elefante nella stanza di questa serie è il mondo online. I protagonisti hanno 13 anni, età in cui, teoricamente, hanno appena avuto accesso a instagram; l’impressione però è che sia un mondo in cui si muovono da ben più di qualche mese. Soli. Senza alcun controllo. Senza limiti.
“Gli abbiamo preso un computer. Era nella sua stanza. Pensavamo fosse al sicuro.”
Forse è da questa frase della serie che dovremmo partire per riprendere il nostro posto, noi adulti.